Cronaca

Accusa e difesa: Formigoni al redde rationem

Oggi la Cassazione dovrà decidere se confermare la condanna a 7 anni e sei mesi di carcere per l'ex Governatore della Lombardia

Roberto Formigoni

Maurizio Tortorella

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Al “redde rationem” manca poco. Oggi, davanti alla quarta sezione penale della Cassazione, inizia il “processo finale” contro Roberto Formigoni. Condannato in secondo grado a sette anni e sei mesi di reclusione per la presunta corruzione sugli investimenti sanitari della Regione Lombardia, l’ex governatore si prepara alla battaglia affiancando il penalista Franco Coppi al suo storico difensore, Luigi Stortoni.

Il collegio difensivo sta preparando le ultime carte. Dovrà dimostrare l’incongruenza delle accuse che lo scorso settembre avevano portato la Corte d’appello di Milano addirittura ad aggravare la pena (in primo grado, nel dicembre 2016, Formigoni era stato condannato a sei anni), ritenendo l’ex presidente della Lombardia colpevole di avere garantito dal 2001 alla Fondazione Maugeri e all’ospedale San Raffaele una serie di provvedimenti che hanno fatto ottenere alle due strutture ricchi rimborsi e finanziamenti: circa 200 milioni soltanto alla clinica Maugeri. In Cambio, Formigoni dal 2006 avrebbe “goduto di utilità per un valore di almeno sei milioni di euro”, sotto forma di vacanze e viaggi offertigli dall’imprenditore Pierangelo Daccò, e da Antonio Simone, ex assessore regionale alla Sanità. 
I difensori dovranno dimostrare che di tutto questo castello d’accuse non esistano le prove.

Logicamente potranno fare forza su un concetto lampante: se è vero che tra 2001 e 2006 le società presunte corruttrici consegnano a Daccò e Simone circa 25 milioni di euro per corrompere i funzionari regionali e lo stesso presidente della Lombardia, come mai fino al 2006 nulla viene effettivamente speso per Formigoni?

Intervistato in novembre da Panorama, l’ex presidente aveva rivendicato due fatti incontrovertibili: non esiste alcun documento né alcuna testimonianza diretta che provino passaggi di denaro da Daccò e Simone, e non esiste un solo atto amministrativo tra quelli contestati dall’accusa che porti la sua firma.

All’inizio del processo, del resto, i pubblici ministeri sostenevano che contro l’imputato fossero puntate “41 pistole fumanti”, cioè le 41 delibere della Regione Lombardia che, a dire degli stessi pm, avevano avvantaggiato la clinica Maugeri e il San Raffaele. Ma poi s’è scoperto che quelle delibere erano tutte collegiali e corrette, e così di quelle “41 pistole” nessuno ha più parlato.
Da quel punto in poi, l’accusa ha fatto invece valere il concetto di una “protezione globale” che, con il suo potente ruolo di governatore, Formigoni avrebbe garantito a chi lo corrompeva.

Ma i difensori insistono sul punto: tutte le delibere e le norme regionali contestate dall’accusa sono atti della giunta regionale, e quindi sono frutto della decisione non di Formigoni, ma di una collegialità formata da 17 persone. Anzi, più di una volta i provvedimenti vengono modificati, e in certi casi Formigoni deve adeguarsi al volere prevalente della giunta. Per di più, i due potenziali complici di Formigoni nell’attività di predisposizione delle delibere di giunta presumibilmente viziate da favoritismo, e cioè Nicola Sanese, segretario generale della Regione, e Carlo Lucchina, direttore generale della sanità, sono stati assolti definitivamente e con formula piena dall’accusa di concorso in corruzione.

In altri casi, le norme contestate sono state approvate non dalla giunta, ma addirittura dal consiglio regionale: la legge che nel dicembre 2007 investì 3 miliardi di euro per il miglioramento degli ospedali (all’85% pubblici e al 15% privati), per esempio, era stata votata in massa anche dalle opposizioni di sinistra. Agli atti ci sono i verbali che certificano il voto favorevole dei consiglieri del Pd: 78 a favore su 80, con un solo contrario e un astenuto. Possibile che Formigoni riuscisse a condizionare anche i suoi avversari politici? Inoltre, se davvero ci fossero stati specifici favoritismi, perché nessun ospedale concorrente ha mai cercato di contrastare i presunti “regali” presentando un ricorso al Tar?

Uno dei punti più controversi riguarda infine la prova che l’accusa ha utilizzato per dimostrare che Formigoni abbia attinto per anni a fondi non suoi. I pubblici ministeri hanno mostrato le carte bancarie dalle quali emerge che Formigoni, in alcuni anni, non ha praticamente usato i suoi conti correnti: questa sarebbe la dimostrazione del fatto che, evidentemente, l’ex presidente trovava altrove il denaro da usare per le sue spese quotidiane.

Ma Formigoni si è difeso ricordando le caratteristiche organizzative della sua vita nella comunità religiosa dei “Memores domini”: all’interno della comunità, a inizio d’anno, ogni membro consegna la sua cifra pro-quota a un amministratore comune. È soltanto per questo se dai conti correnti dell’ex governatore non compaiono spese ricorrenti, né uscite quotidiane. E del resto anche Ernesto Carile, il colonnello della Guardia di finanza alla guida degli inquirenti della polizia giudiziaria, ha ammesso in udienza che per l’amministrazione della casa dai conti di Formigoni sono usciti “più o meno 500mila euro in dieci anni”. Quindi la sua quota di bollette, spese condominiali, pulizie, acquisti alimentari e di ogni genere.

Ora la partita sta per riaprirsi, per la terza volta. Ma in questo caso la parola passa ai supremi giudici della Cassazione. Formigoni ha sempre detto di sperare molto “che ci sia un giudice a Roma”. Per saperlo, non dovrà attendere molto.

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