Cronaca

Chi ha ragione tra Spataro e Salvini

Il procuratore di Torino e il ministro dell’interno, i tweet su indagini in corso e un’abitudine sbagliata, inaugurata da Angelino Alfano (che Salvini criticò con durezza)

Armando Spataro

Maurizio Tortorella

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È del tutto evidente dove stiano i torti e le ragioni, nella polemica a distanza tra il procuratore di Torino, Armando Spataro, e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Ha ragione Spataro, che rimprovera a Salvini il tweet con il quale, alle 8,57 della mattina, il ministro rivela che a Torino sono stati fermati 15 mafiosi nigeriani e 8 spacciatori, immigrati clandestini.

Il magistrato segnala in un comunicato che l’annuncio è stato un errore tattico, perché la notizia è stata diffusa “mentre l’operazione era (ed è) ancora in corso”, con il rischio di danneggiarla. Aggiunge Spataro che anche i numeri fatti da Salvini non corrispondono al vero. E scrive: “Ci si augura che, per il futuro, il ministro dell’Interno eviti comunicazioni simili o voglia quanto meno informarsi sulla relativa tempistica al fine di evitare rischi di danni alle indagini in corso, così rispettando le prerogative dei titolari dell’azione penale in ordine alla diffusione delle relative notizie”.

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Delle indagini in corso, in effetti, è inevitabile immaginare che Spataro debba saperne più di Salvini, visto che a Torino ne è il titolare sommo. Il ministro, però, non lascia correre. Risponde di essere stato informato del blitz dal capo della polizia, lasciando intuire che dopo quella comunicazione evidentemente l’operazione fosse praticamente conclusa, e replica che quelle del procuratore di Torino sono accuse “inaccettabili” perché nessuno può mettere in dubbio la sua “correttezza e buona fede”. 

Aggiunge poi Salvini: “Tutto si può dire tranne che possa danneggiare indagini e compromettere arresti”. Insomma, a tweet lanciato l’operazione era ormai conclusa e Spataro “farebbe meglio a pensare prima di aprire bocca. Se il procuratore capo a Torino è stanco, si ritiri dal lavoro: gli auguro un futuro serenissimo da pensionato. Gli attacchi gratuiti politici lasciamoli, a meno che uno non si voglia candidare alle elezioni”.

Lo sfottò sulla pensione di Spataro (che effettivamente si ritirerà ufficialmente per limiti di età il prossimo 14 dicembre) è grave, ed è su quello che si è poi accesa la polemica di queste ultime ore. Ma a noi pare ancora più grave la sostanza concreta della questione, che poi sta proprio in cima al caso avvenuto ieri. Sta, cioè, nella considerazione (purtroppo abbandonata nella consapevolezza pubblica) che una politica veramente saggia non possa appropriarsi a fini propagandistici del lavoro delle forze dell’ordine, degli agenti e dei carabinieri che rischiano sulla loro pelle. 

Un ministro dell’Interno, così come chiunque abbia un ruolo di governo, potrà sempre congratularsi con la polizia giudiziaria (e con magistrati, se lo riterrà) quando le operazioni saranno concluse; ma non può e non dovrebbe mai correre a metterci su il cappello: non è il suo ruolo, quello, non è il suo compito. Di più: il suo intervento indebito si trasforma inevitabilmente nell’appropriazione indebita di meriti altrui, per la quale in un Paese normale ogni politico dovrebbe essere pubblicamente censurato. 

Per parte sua, forse, Spataro avrebbe fatto meglio a non tornare sulla questione con l’intervista resa alla Stampa di oggi, nella quale il procuratore ha spostato l’asse della polemica dal fatto concreto alla politica, lasciandosi scappare un “Che ci dobbiamo fare, è quello che ormai ci riserva il Paese”.
Quel che è accaduto ieri, peraltro, non è un fatto nuovo. E ricorda da vicino quanto accadde anni fa con un predecessore di Salvini: Angelino Alfano, forse l’inauguratore primo di questo criticabilissmo andazzo. Nei suoi anni al Viminale, Alfano irruppe sulla scena mediatica In almeno in due indagini ancora aperte, causando la reazione indispettita degli inquirenti. Accadde nel gennaio 2014, durante le indagini per la violenta rapina messa a segno mesi prima in una gioielleria di via Spiga, a Milano: Alfano rivelò prematuramente che erano stati “presi quattro rapinatori” e mise a nudo particolari che probabilmente sarebbe stato meglio tenere nascoste. Nel giugno 2014, poi, sempre Alfano fu il primo a dare la notizia dell’arresto di Massimo Bossetti, il muratore bergamasco in quel momento solo indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio: “Individuato l’assassino di Yara” twittò il ministro, che pure era avvocato, mostrando pieno disprezzo della presunzione d’innocenza. Ma soprattutto suscitando il secco rimprovero della Procura di Bergamo: “Era ferma intenzione della Procura mantenere il massimo riserbo” comunica l’ufficio “a tutela delle indagini e dell’indagato”.

La cosa più buffa, se vogliamo, è che qualche mese dopo i contestati tweet di Alfano su Bossetti, Matteo Salvini dichiarò (era il 4 febbraio 2015, e l’allora leader della Lega dall’opposizione parlava proprio a Panorama.it) di “non sopportare la spettacolarizzazione” e chiese con forza “agli inquirenti, ai magistrati, di fare tutto nel massimo riserbo e nel massimo silenzio”. Aggiunse che “non dovrebbe trapelare nessuna notizia, fino al processo non dovrebbe uscire nulla sui giornali”.

Poi, su Bossetti, Salvini sferzò Alfano: “Un ministro dell’Interno che twitta su indagini in corso”, disse il futuro ministro dell’Interno, “non merita neppure un commento. Il fatto in sé la dice tutta su quel personaggio lì”. 


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