Lo strano caso della torta gay

Un attivista omosessuale irlandese chiede a un pasticciere un dolce con la scritta “support gay marriage”. Ma quello è cattolico, e dice di no. Chi ha ragione?

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La bandiera antica dell'Irlanda del Nord – Credits: iStock

Maurizio Tortorella

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Questa è la strana storia della torta pro-gay, una torta che non venne cotta. Un dolce comunque amaro, che nella civilissima e cattolica Irlanda del Nord si è trasformato nel simbolo del contrasto tra due opposti diritti. È una storia piccola, in sé, ma sta crescendo, giorno dopo giorno, tanto che probabilmente finirà per accendere l’opinione pubblica britannica. Forse, oltre che piccola, è una storia tanto lontana da noi: ma per le sue implicazioni culturali merita di essere raccontata anche in Italia.

La torta

Tutto comincia nel 2014, quando Gareth Lee, un noto attivista gay irlandese che da anni è impegnato nelle battaglie per i diritti degli omosessuali, chiede alla panetteria Ashers di Belfast di realizzare una torta decorata con le immagini di Bert ed Ernie, i pupazzi gay di Sesame Street, e di scriversi sotto lo slogan: "Support gay marriage”, ovverosia “Sosteniamo il matrimonio tra gay". Il proprietario della pasticceria Ashers, Daniel McArthur, è un ottimo artigiano ma è soprattutto un fervente cattolico: così rifiuta l'ordine perché - si giustifica - il messaggio richiesto è in netto contrasto con il suo credo.

I due litigano. La vicenda monta. Lee cita in giudizio il pasticciere per “discriminazione” e due anni dopo, in primo grado, il tribunale di Belfast gli dà ragione, ritenendo che mr. McArthur abbia illecitamente discriminato il cliente gay sulla base del suo orientamento sessuale. Malgrado insista a rivendicare il suo diritto d’opinione, McArthur perde anche in appello. La settimana scorsa, però, la Corte suprema britannica (che è la corte di ultima istanza in tutti gli ambiti del diritto inglese) ha accolto il ricorso del pasticciere, stabilendo che l’attivista gay non avesse alcun diritto a ottenere per forza la sua torta con slogan incorporato. Per la motivazione del verdetto bisognerà aspettare qualche mese.

I diritti in campo

Al centro del caso, è evidente, sono due delicate questioni di libertà, intrecciate tra loro. Da una parte è stata esercitata una forma di discriminazione nei confronti dell’attivista gay. Ma dall’altra parte è stata sicuramente esercitato il tentativo di comprimere la libertà di manifestazione del pensiero del pasticciere: una libertà che necessariamente deve comprendere anche il suo diritto a non scrivere su una torta una frase sulla quale è in totale disaccordo.

A occhio, senza sapere ancora quali siano state le motivazioni giuridiche adottate dai giudici della Corte suprema britannica, la loro decisione pare corretta: tra i due diritti contrapposti, in questo caso, è giusto propendere per la prevalenza del secondo sul primo. Perché in gioco c’è sì una discriminazione “politica”, ma anche una questione, superiore, che afferisce al diritto d’opinione.

Se la pasticceria Ashers avesse rifiutato di servire Lee soltanto perché gay, o a causa del suo sostegno per il matrimonio tra persone dello stesso sesso, il pasticciere McArthur sarebbe stato sicuramente colpevole di discriminazione. Ma non è stato così: il pasticciere si è esclusivamente rifiutato di decorare una torta con un messaggio che non condivideva.

Ipotizziamo quali potrebbero essere le estreme conseguenze di una ipotetica sentenza definitiva che, nella Gran Bretagna liberale, condannasse McArthur a scrivere sulla sua torta la frase sul matrimonio gay, un’idea che non condivide e anzi contrasta con tutto il suo credo. È evidente che quella sentenza farebbe giurisprudenza e orienterebbe tutte le sentenze inglesi, da quel momento in poi: e ne verrebbe inevitabilmente (e pericolosamente) conculcata proprio la libertà di opinione.

Le dirette conseguenze

Pensateci bene. Portando la questione alle estreme conseguenze, a quel punto, un editore di sinistra potrebbe essere obbligato da un qualsiasi tribunale a pubblicare un libro di estrema destra, o comunque un testo che l’editore progressista non condivide affatto; e altrettanto potrebbe accadere in senso diametralmente opposto. Per assurdo, passando dalla politica alla religione, un editore ebreo potrebbe essere costretto contro la sua volontà a stampare il Corano; oppure un editore musulmano potrebbe essere sottoposto a pressioni legali per stampare una rivista satirica contenente vignette con le immagini di Dio o del profeta Maometto, in pieno contrasto con la sua religione.

Insomma, è evidente che il proprietario cristiano di un bar non ha alcun diritto di vietare l’accesso ad atei, ebrei, islamici o aderenti a Scientology solo perché non condivide il loro credo. E allo stesso modo è sacrosanto che sia impedito per legge al ristoratore razzista di scrivere su un cartello all’ingresso del locale: “Qui non serviamo neri”.

Allo stesso modo, il proprietario di una pasticceria che pure sia contrario all’omosessualità non può respingere un cliente gay. Ma questo non ha nulla a che fare con il suo diritto a esprimere un’opinione contraria al matrimonio tra omosessuali. E, soprattutto, non ha nulla a che fare con il suo sacrosanto diritto di NON scrivere una frase che non condivide sul sì al matrimonio tra omosessuali. Nemmeno se si tratta di una scritta su una stupida torta.

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