Le ultime, terribili lettere di Enzo Tortora

Il 17 giugno, 33 anni esatti dopo il suo arresto, un libro rivela sentimenti, speranze e paure dell’imputato-simbolo. E pensieri validissimi ancora oggi

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Enzo Tortora, Lettere a Francesca (particolare della copertina) – Credits: Pacini editore

Maurizio Tortorella

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"Qui non si è più uomini, ma bestie". "Gli unici amici sono i detenuti di questa cella. Che m’hanno guardato in faccia e hanno detto: tu non c’entri”. "Per la prima volta in vita mia ho paura: se è possibile annientare un innocente così, è possibile tutto". "Tutto quello che so è che la lotta fra me, innocente, e l’Accusa, ormai impegnatissima a dimostrare il contrario (è un altro aspetto di questa farsa italiana) continuerà a lungo".

Commozione, turbamento, frustrazione, rabbia, vergogna: sì, i sentimenti che si provano leggendo le 45 lettere che dal carcere di Regina Coeli e da quello di Bergamo, nell’83, Enzo Tortora indirizzava alla compagna Francesca Scopelliti, sono i cinque che elenca nella sua prefazione Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione delle camere penali. Nella stessa esatta sequenza.

Venerdì 17 giugno, 33 anni esatti dopo l’arresto del giornalista, esce in libreria questo Lettere a Francesca (Pacini editore, 216 pagine, 18 euro) che in un Paese civile dovrebbe diventare lettura da liceo e testo obbligatorio all’esame di Stato per i nuovi magistrati.

È la prima volta che le lettere vengono pubblicate: leggerle è un esercizio ipnotizzante e uno choc. Per sette mesi, con forza disperata, Tortora documenta le dure condizioni carcerarie ("siamo sette in dieci metri") e si batte contro l’immenso potere della giustizia ingiusta ("solo tre categorie di persone, ho scoperto, non rispondono dei loro crimini: i bambini, i pazzi e i magistrati").

La battaglia tra l'imputato e la Procura di Napoli è impari: "Contro di me, alleati (che mostruosità!) sono due giudici che non hanno l’onestà intellettuale di ammettere la loro cosmica gaffe, e dei criminali disposti a tutto pur di far fumo, seminare infamie, dire follie. In mezzo io, con la vita e il lavoro distrutti".

Le lettere di Tortora a Francesca, le sue analisi legali e psicologiche, inframmezzate di amorose raccomandazioni ("Vai in vacanza!" "Pensa a me, ma vivi!"), ci rammentano quanto sarebbe importante che carriere e uffici di giudici e pubblici ministeri fossero separati. Spiegano quali disastri possa  causare un processo mediatico che i cronisti costruiscono sulle carte d’accusa ("A parte pochissime eccezioni mi hanno crocifisso, linciato; sono iene. Sai, non esco a fare l’aria perché i tetti sono pieni di fotoreporter").

Disegnano l’angoscia di chi, dal fondo di una cella immonda, attende processi infiniti e troppo spesso basati sulla cattiva gestione d’indizi e prove, e di pentiti mendaci. Ci fanno capire l’importanza del giudizio d’appello (quello da cui Tortora riemerse, finalmente immacolato), che oggi un ottuso populismo giudiziario vorrebbe sopprimere.

"L’uomo che uscirà di qui non sarà più lo stesso" scrive l’imputato, da uomo innocente. E proprio questo dovrebbero ricordare ministri della Giustizia e legislatori, quando aumentano le pene e rendono sempre più facile una custodia cautelare che dovrebbe essere l’extrema ratio, non la regola di tante inchieste giudiziarie.

Le ceneri di Tortora sono al cimitero monumentale di Milano, racchiuse in una colonna di marmo su cui campeggia la scritta: "Che non sia un’illusione". Ecco: questo libro è concreto più di quel marmo. Ma per la giustizia italiana è peggio di una guerra perduta. E dimenticata. 

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