L'intoccabile "irresponsabilità" dei magistrati

Il ministero della Giustizia: in due anni 115 citazioni, una sola condanna finora in appello. Intanto gli errori giudiziari dal 1992 ci costano 691 milioni

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Magistrati durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2016 – Credits: ANSA FOTO

Il ministro della Famiglia, Enrico Costa, ha reso noti i costi esorbitanti che la giustizia italiana si trova a pagare per risarcire gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni. Soltanto nel 2016, ha rivelato Costa, sono stati spesi per queste due voci 42,1 milioni di euro. Il computo totale dal 1992 al 2016 è di 648,3 milioni di euro per le ingiuste detenzioni e di altri 43,4 milioni per errori giudiziari.

La polemica di Costa, che ieri ha dichiarato "dovremmo dibattere meno di età pensionabile dei magistrati e più di queste profonde lesioni della libertà personale", riaccende inevitabilmente il faro sul tema, più che annoso, della responsabilità civile delle toghe.

Quando nel febbraio 2015 il Parlamento varò la legge 18, che modificava la norme sulle responsabilità civile dei magistrati, quella riforma venne trionfalmente presentata dall'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi come una mezza rivoluzione, l'intervento che avrebbe finalmente sbloccato l'anomalia italiana dell'assenza di sanzioni per i danni causati da una toga, e insieme la norma che avrebbe rimediato all'inganno legislativo rappresentato dalla legge Vassalli del 1988, che aveva tradito il voto popolare rappresentato da una schiacciante maggioranza di consensi al referendum popolare proposto dai radicali.

Va ricordato, infatti, che la Legge Vassali era stata così pienamente ed eccessivamente garantista, nei confronti dei magistrati, che dal 1989 e fino a tutto il 2014 gli italiani avevano presentato in tutto 410 citazioni per responsabilità civile.

Se si considera che in quei 26 anni soltanto i procedimenti penali aperti sono stati all'incirca 52 milioni, le citazioni presentate rappresentano appena lo 0,0008% del totale. Ma gli italiani avevano piena ragione di essere scettici: le loro citazioni ammesse al vaglio dell'autorità giudiziaria furono appena 35, nemmeno una su dieci. E quelle che vennero reputate degne di essere accolte furono in tutto sette. Sette, in 26 lunghissimi anni.

Nelle settimane precedenti all'entrata in vigore della riforma del febbraio 2015, l'Associazione nazionale magistrati manifestò tali spropositate reazioni ("questo è un attacco mortale alla nostra autonomia"), che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, promise avrebbe messo in piedi un sistema per controllare che la riforma non straripasse in eccessi puntivi nei confronti della categoria. «Faremo un tagliando», garantì Orlando.

Vale la pena di ricordare sommessamente che due anni fa, ascoltate le grida di giubilo da una parte, e le terrorizzate lamentele dall'altra, Panorama sostenne che i magistrati non avevano nulla da temere e che i politici non avevano nulla da festeggiare, perché nulla in realtà sarebbe cambiato.

Ora siamo arrivati a un primo redde rationem. Eccessi puntivi? Autonomia uccisa? Risate. A distanza di due anni, purtroppo, i dati danno ragione al pessimismo di Panorama. Perché è vero che (udite, udite!) sono aumentate le azioni di responsabilità per "dolo o colpa grave" nei riguardi dei magistrati, ma il numero delle condanne resta del tutto "insignificante".

Il ministero della Giustizia, dopo i controlli eseguiti in omaggio alla promessa di Orlando, rivela con evidente soddisfazione che "non si è, finora, verificato il temuto aumento esponenziale del contenzioso". Ed è proprio il governo a utilizzare l'aggettivo "insignificante" per descrivere il numero delle condanne: nemmeno una in tutto il 2015; e una sola condanna d'appello nel 2016.

Dall'entrata in vigore della legge, infatti, è vero che gli esposti sono più che raddoppiati, passando da 35 (nel 2014) a 70 nel 2015 e a 80 del 2016. Ma la quota di condanne - tutte non definitive, perché finora parliamo di sentenze di Corte d'appello e nessuna vicenda è ancora arrivata al giudizio finale - è pari allo 0,01%.

Insomma, la riforma della responsabilità civile si è risolta in una farsa, forse in un inganno anche peggiore rispetto a quella che era stata varata nel 1988.

I magistrati dell'Anm possono quindi riposare in pace: l'autonomia della categoria non ha subito alcun attacco, tantomeno l'assalto mortale che temevano due anni fa. Le toghe restano pienamente, irriducibilmente "irresponsabili".

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