Cronaca

La giustizia tributaria vale 38 miliardi

Intervista con Antonio Leone, capo del Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria

Antonio Leone

Maurizio Tortorella

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“La giustizia tributaria è la vera cassaforte dello Stato. Eppure quasi nessuno sa che, in questo Paese, il contenzioso tributario vale 30-40 miliardi di euro l’anno”. Antonio Leone parla con cognizione di causa: dal 18 settembre è a capo del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, che è l’equivalente del Consiglio superiore della magistratura per i 2.747 giudici delle Commissioni tributarie. Il Cpgt è formato da 11 magistrati tributari eletti da (e tra) i componenti delle Commissioni tributarie provinciali e regionali, e da quattro membri eletti dal Parlamento.

Ma Leone, che è anche avvocato penalista ed è stato vice presidente della Camera, ha ragione: il mondo governato dal Cpgt è ignorato dai media. Ingiustamente, perché le Commissioni tributarie giudicano su una materia che da sola pesa come e più di una manovra finanziaria. Ma anche perché quel mondo sta attraversando interessanti trasformazioni. Da tempo si parla della necessità di dotare le commissioni tributarie di più autonomia, si discute anche di una riforma, e forse qualcosa comincia a muoversi. Anche per questo, Panorama.it ha intervistato Leone.

Presidente, lei ha detto che il giudice tributario dovrebbe essere più indipendente dalle parti in causa, e che invece “c’è un deficit di autonomia”: in che senso?
Non certo nel senso che i giudici tributari non siano effettivamente autonomi nelle loro decisioni. Però ci sono elementi e retaggi che vanno superati. Mi domando, per esempio, che cosa possa pensare il contribuente quando viene a chiedere giustizia e scopre che l’aula della sua udienza è accanto all’ufficio dell’Agenzia delle entrate. O all’idea che a giudicarlo sia un magistrato la cui retribuzione arriva dal ministero delle Finanze.

Come si potrebbe raggiungere una completa autonomia?
Sono in discussione varie proposte di riforma. C’è chi vorrebbe inglobare la giurisdizione tributaria in quella ordinaria, creando sezioni specializzate nei tribunali; c’è chi propone di dare alla giustizia tributaria il rango di magistratura amministrativa speciale, al pari di Consiglio di Stato e Corte dei conti, puntando all’obiettivo di un giudice tributario a tempo pieno. Di recente è arrivata la proposta di assumere giudici professionali per concorso regionale, ponendo le Commissioni tributarie sotto la presidenza del Consiglio dei ministri.

Lei che cosa pensa?
Io credo che la giurisdizione tributaria non possa essere confusa con quella ordinaria. Correremmo il pericolo di perdere ogni specializzazione. E credo che l’esercizio della giurisdizione tributaria non possa andare a complicare la giustizia amministrativa, né irragionevolmente interferire con l’azione di controllo della magistratura contabile. È difficile però procedere ad una revisione di questa giurisdizione se non si comprende appieno dove vogliamo andare.

In che senso?
Qualsiasi riforma che non sia in linea con l’autonomia, l’indipendenza e la specializzazione porterebbe all’estinzione della giustizia tributaria.

Da dove bisognerebbe partire?
Servirebbe più specializzazione. Il giudice tributario dovrebbe avere un trattamento economico congruo e dignitoso. Ora è assolutamente inadeguato. E soprattutto non dovrebbe essere più dipendente dal ministero dell’Economia, ma rispondere ai principi di imparzialità, terzietà e indipendenza previsti dall’articolo 111 della Costituzione.

In dicembre il Consiglio dei ministri ha approvato un provvedimento, "Deleghe al governo per le semplificazioni, i riassetti normativi e le codificazioni di settore": consentirebbe all’esecutivo d’intervenire nella riforma della giustizia tributaria. Se, come si dice, l’obiettivo fosse porla sotto la Corte dei conti?
Sarebbe una jattura, in contrasto con i princìpi appena richiamati.

Ogni anno quante sono le controversie tributarie?
Nel 2017 erano state 212mila. L’anno scorso un po’ meno, anche grazie all’istituto della mediazione preventiva: sono scese a 211mila.


La giustizia tributaria è lenta?
Al contrario. Ha tempi che surclassano quelli di tutte le altre giurisdizioni. Il numero delle controversie decise nel 2018 è stato quasi 254mila, ben più alto di quelle sopravvenute. Le pendenze sono diminuite: 36.476 in meno rispetto al 2017. Il “tappo” è soltanto in Cassazione, dove oggi anno arrivano 11mila ricorsi in materia tributaria. L’ultimo anno l’aumento è stato del 10%. Il valore complessivo dei ricorsi a piazza Cavour è di 38 miliardi di euro.

Come si potrebbe rimediare?
Si potrebbero porre limiti alla loro trattazione: per esempio, le liti sotto i 3 o i 5mila euro potrebbero essere trattate soltanto nei primi due gradi. Oppure creare per la Cassazione un filtro di ammissibilità preventivo. Teniamo presente comunque che l’aumento del 10% dei ricorsi in Cassazione nell’ultimo anno è dovuto per la maggior parte ai ricorsi proposti dall’amministrazione pubblica e non dal contribuente.

Quali sono le percentuali dei procedimenti che danno ragione al contribuente e allo Stato?
Nel 2018, 62.799 ricorsi sono stati favorevoli all’amministrazione pubblica, 58.491 al contribuente. 21.526 sono stati favorevoli a entrambi (si definiscono giudizi intermedi, metà di ragione a ciascuna delle due parti, ndr). In appello, invece, 28.195 sono stati favorevoli all’amministrazione e 20.513 al contribuente.

C’è un problema di corruzione nella giustizia tributaria, come ha sostenuto il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone?
I casi di deviazione non sono più numerosi di quelli riscontrati in altre magistrature. Non esiste una “questione morale”: si tratta di sporadiche responsabilià legate al comportamento dei singoli. Cantone criticava anche la “composizione mista” delle commissioni tributarie. Ma questa esiste anche in altre giurisdizioni. E comunque, senza però gioirne, i casi di illeciti nella giustizia tributaria sono equamente suddivisi fra giudici togati e non togati.

Il settore lamenta anche compensi particolarmente bassi…
I compensi non sono adeguati alla complessità e delicatezza delle cause trattate. E l’ultimo aumento risale al 2002.

Da avvocato, lei non trova ingiusto che un cittadino il quale debba difendersi da una richiesta tributaria indebita, una volta che ha vinto il ricorso debba comunque pagare l’avvocato?
Capisco il problema. Si potrebbe pensare a un fondo per il risarcimento delle vittime di procedimenti tributari ingiusti, un po’ come accade nel penale per la giustizia-lumaca o per le ingiuste detenzioni.

Altre correzioni?
Una vera riforma deve essere legata, anzi, preceduta da una riforma del processo tributario che deve necessariamente allargare le garanzie processuali delle parti. Oggi nel processo tributario, per esempio, non è possibile portare alcun testimone. Si potrebbe accrescere il garantismo nella procedura.

Tra 2014 e 2018 lei è stato presidente supplente della sezione disciplinare del Csm. Qual è il grado di efficacia del sistema disciplinare?
Ho notato un solo, serio difetto: le sanzioni sono di scarsa e a volte nulla efficacia. Non incidono abbastanza. Prendiamo il caso di quel magistrato prestato alla politica e presidente di una Regione…

Lei parla di Michele Emiliano, presidente della Puglia, che non si è mai dimesso da magistrato: il Csm l’ha “punito” con un ammonimento…
In Italia un magistrato può fare di tutto in politica: può fare il ministro, il presidente della Camera, il capogruppo, il responsabile giustizia di un partito. Può fare tutto a condizione che non abbia in tasca la tessera di un partito. Ecco, a me pare un’ipocrisia che Emiliano sia stato sanzionato con un “buffetto”.

Le correnti della magistratura sono un problema crescente: come affrontarlo? E si risolverà mai?
Sono pessimista. Il gioco delle correnti altera molte decisioni. C’è di buono che nella sezione disciplinare del Csm, almeno nel periodo in cui ci sono stato io le correnti sono state tenute alla larga.

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