Cronaca

Giustizia, il silenzio degli innocenti (in galera)

Ogni anno almeno 150mila italiani sono vittime di errori giudiziari e molti finiscono in prigione

Cella-carcere

Maurizio Tortorella

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Pensate che l’ultimo scandalo del Consiglio superiore della magistratura offra la piena e vera rappresentazione del disastro della giustizia italiana? Pensate che il verminaio emerso a fine maggio, fatto di nomine di procuratori teleguidate dalle pressioni politiche, di trattative notturne e segrete e di osceni baratti tra le correnti, ritragga la faccia peggiore dei tribunali?

Sbagliate di grosso, c’è di peggio. Immaginate di essere stati sotto inchiesta per quattro anni, e di avere trascorso in carcere o agli arresti domiciliari buona parte di quei 1.500 giorni (o 35 mila ore, se preferite, oppure 2 milioni e passa di minuti). Immaginatevi poi l’inevitabile corollario di ogni vicenda giudiziaria: la gogna mediatica, un lavoro che è svanito, magari una famiglia che si è sciolta, spese legali devastanti. E poi, alla fine del vostro calvario, immaginate di venire assolti: un giudice vi riconosce innocenti e vi lascia da soli sul cumulo di macerie in cui s’è trasformata la vostra esistenza. Ora moltiplicate questo paradigma devastante per 150 mila errori giudiziari all’anno: ecco, allora sì che avrete la corretta percezione del disastro della giustizia italiana. La statistica vi sconvolge? Sappiate che la sua fonte è autorevole: Massimo Terzi, presidente del Tribunale di Torino. È lui a raccontare che nel suo ufficio in media «un imputato su tre viene assolto nei giudizi di primo grado di fronte al tribunale collegiale, e un imputato su due di fronte al giudice monocratico». Terzi aggiunge le assoluzioni in Corte d’appello e in Cassazione, e proietta i dati su scala nazionale. Esce così la folle cifra di quei 150 mila innocenti indagati, intercettati, interrogati e sbattuti in cella ogni anno, che poi ne attendono in media quattro per uscire finalmente dall’incubo di un’inchiesta penale.

Diceva quel principe del foro che fu Francesco Carnelutti: «Ogni sentenza di assoluzione è la confessione di un errore giudiziario». Ne sa qualcosa Amanda Knox, finita da innocente in uno dei più travagliati processi nella storia italiana, il delitto di Perugia, e assolta in via definitiva nel 2015 dall’accusa di aver assassinato Meredith Kercher. Nel suo viaggio italiano di due settimane fa, Amanda ha rivelato di vivere nella paura di essere accusata ingiustamente: «In carcere ho pensato al suicidio» ha detto, lamentandosi di indagini condotte «senza prove e senza testimonianze». L’espressione «errore giudiziario», però, non piace affatto ai magistrati: si inalberano perché, dicono, se un processo termina con un’assoluzione la giustizia «in realtà ha fatto il suo corso» e, tutto sommato, è andata anche bene.

I tecnici del diritto parlano di «ingiusta imputazione». Comunque si chiamino, 150 mila errori sono un disastro. Che il dato di Terzi sia corretto e forse prudente, del resto, lo certifica Gabriele Albertini, l’ex sindaco di Milano. Nella scorsa legislatura il senatore Albertini aveva presentato una proposta di legge perché lo Stato coprisse almeno in parte le spese legali dei cittadini riconosciuti innocenti in via definitiva e con formula piena. Malgrado l’adesione di 175 senatori su 315, non si riuscì ad andare oltre l’approvazione della proposta in Commissione giustizia, perché a livello governativo qualcuno ebbe paura che la spesa sarebbe stata eccessiva. Albertini ottenne però una statistica importante: «Con il collega Giacomo Caliendo di Forza Italia» ricorda l’ex sindaco «chiedemmo al ministero della Giustizia di sapere quanti fossero ogni anno gli imputati riconosciuti pienamente estranei agli addebiti: dopo mille insistenze, ci fu risposto che erano 90 mila». Con formula piena, insomma, ogni 12 mesi vengono assolti 90 mila italiani: gli abitanti di una città come La Spezia. «Formula piena» vuol dire che l’imputato «non ha commesso il fatto» o che «il fatto non sussiste», quindi il reato per cui è stato processato non è avvenuto. Insomma, si tratta di una quota di assoluzioni di sicuro piccola, minoritaria.

Quindi è probabile che il totale degli innocenti arrestati e processati surclassi la già sorprendente, folle stima del magistrato Terzi. I giudici, si sa, difficilmente ammettono un errore. Figurarsi quanto sia complesso farsi riconoscere da un tribunale di essere stati sbattuti in una cella senza motivo. Eppure anche il rivolo delle ingiuste detenzioni ufficialmente riconosciute dai tribunali italiani è una piccola marea montante. Sono state 653 nel 2016, sono salite a 741 nel 2017, e nei primi nove mesi del 2018 sono state 509. In totale, si tratta di 1.903 casi indennizzati negli ultimi tre anni, con una media annuale di 634. Per l’ingiusta detenzione una tabella fissa gli indennizzi: 270 euro per ogni giorno indebitamente trascorso in cella, 135 euro se ai domiciliari. Gli indennizzi, però, sono in calo: nel 2004 lo Stato aveva versato 56 milioni alle vittime, ma nel 2011 la cifra è scesa a 47, nel 2015 a 37, nel 2018 a 33,4, ma sempre nei soli primi nove mesi. In realtà, dietro al calo si nasconde un’impropria «spending review»: lo Stato fa di tutto per non pagare, anche quando deve. È stato stabilito per esempio che, per quanto possa essere lunga una carcerazione indebita, il risarcimento non può mai eccedere i 516.456 euro. E nell’aprile 2014 una sentenza della Cassazione ha stabilito che se l’indagato in sede d’interrogatorio s’è avvalso della facoltà di non rispondere, per quanto gli sia riconosciuta dalla legge, il fatto basta a bloccare qualsiasi riparazione.

«È uno dei motivi» dice Pardo Cellini, l’avvocato fiorentino che detiene il record di risarcimenti da errore giudiziario «per cui ai miei clienti, quando incontrano il magistrato, suggerisco sempre di utilizzare questa formula: “Io sono totalmente estraneo ai fatti di cui mi si accusa, ma mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Qulle poche parole in più possono servire a superare il blocco stabilito dalla Cassazione». Cellini ha imparato a sue spese che lo Stato oppone muri di gomma. L’avvocato è lo storico difensore di Giuseppe Gulotta, il muratore siciliano oggi 61enne la cui vita è stata devastata da un mostruoso errore giudiziario durato 40 anni, 22 dei quali trascorsi ingiustamente in carcere (si veda il box nella pagina accanto). Dopo la revisione del processo, nel 2016 Cellini e Gulotta hanno ottenuto una prima riparazione di 6,5 milioni di euro, la cifra più alta che lo Stato italiano abbia mai sborsato. Ma il processo, a Reggio Calabria, è stato peggio di una battaglia: l’Avvocatura dello Stato si opponeva perché Gulotta «aveva confessato le sue colpe». Il paradosso è che tutti sapevano perfettamente che la confessione era stata estorta nel 1976, all’inizio del caso, grazie a 24 ore di torture inflitte a Gulotta.

Il primo giudizio comunque non ha ancora coperto tutti i profili di danno, che in novembre verranno discussi davanti al tribunale di Firenze: la richiesta dell’avvocato Cellini è alta, 63 milioni di euro per danni esistenziali, morali, patrimoniali e biologici. Troppi soldi? Ditelo a chi, innocente, ha vissuto due terzi della sua vita come assassino di due carabinieri. Con un guizzo che profuma di santità, Gulotta ha anche deciso di usare parte dei soldi già incassati per aiutare chi, come lui, è vittima di ingiustizia: «Cercheremo» dice «di provare l’innocenza di persone che stanno pagando per reati che non hanno commesso. Ce ne sono tante in carcere: ora seguiamo il caso di una donna di Lecce, condannata all’ergastolo. A nostro giudizio è innocente». La donna è Lucia Bartolomeo, infermiera, che da 12 anni è detenuta all’ergastolo per l’omicidio del marito, ucciso con un’overdose di eroina. La revisione del processo, che Cellini intende ottenere dalla Corte d’appello di Potenza, vuole dimostrare che perizie e autopsie alla base della condanna sono sbagliate. Fosse così, più che un errore, sarebbe un orrore.

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