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De Magistris e gli errori della legge Severino

Il sindaco di Napoli si svela garantista, contraddicendo una vita. Ma la norma giustizialista resta uno sbaglio. Da correggere

Luigi De Magistris

Maurizio Tortorella

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Prima una citazione da Ernesto Che Guevara, il suo grande mito rivoluzionario: «E se vale la pena rischiare, io mi gioco anche l’ultimo frammento di cuore». Poi, ad abundantiam, una battuta anche per i partigiani: «Fischia il vento e infuria la bufera: se vale la pena, rischiare io mi gioco anche l’ultimo frammento di cuore». Infine, una dichiarazione alla Luigi de Magistris doc: «Un uomo delle istituzioni che ha visto quanto forti siano corruzione e mafie nello Stato deve denunciare, ma chi muove i fili è sempre lì». 

Anche gli ultimi tweet del sindaco uscente di Napoli sono esattamente com’è lui: un poco enfatici, lievemente sopra le righe, venati da quel filo di sicurezza di sé che da sempre pare aver guidato la vita di Luigi de Magistris, nella doppia veste di magistrato e di politico. Ora che a Roma, in primo grado, un tribunale penale lo ha condannato (insieme con Gioacchino Genchi, l’ex funzionario di Polizia divenuto consulente nelle indagini telefoniche per le procure di mezza Italia) a 1 anno e 3 mesi di reclusione per illeciti nelle intercettazioni da lui disposte nel 2007, ai tempi dell’inchiesta calabrese «Why not», de Magistris esplode peggio di un tric-e-trac: e nemmeno fosse un banale berlusconiano, attacca duramente chi l’ha condannato; annuncia di non volersi comunque adeguare ai dettami della legge Severino, che prevede la decadenza per i sindaci condannati (anche solo in primo grado) per una serie di reati, tra i quali il suo; adombra perfino che l’ex ministro della Giustizia Paola Severino, autrice della norma, abbia avuto un interesse personale contro di lui («Era il difensore della mia controparte nel processo di Roma»).

Ora sarà il prefetto di Napoli a decidere sulla sorte del sindaco arancione. E si potrà lungamente discutere di lui, di quel che ha fatto e di quel che non ha fatto (di certo l’immondizia a Napoli oggi non viene riciclata al 90%, come aveva solennemente annunciato il giorno dell’elezione, il 1° giugno 2011, ma corre a pagamento verso altri Paesi e di certo la quota di riciclaggio è al di sotto del 15%, la quota che gli era stata lasciata dalla sua predecessora, Rosa Russo Iervolino). 

Si dovrebbe però discutere anche e soprattutto di quanti negli ultimi anni in tv, nelle piazze e in politica, hanno esaltato de Magistris e ne hanno gonfiato il personaggio (da Michele Santoro a Marco Travaglio, fino ad Antonio Ingroia), tanto da fare di lui una delle icone del giustizialismo italiano. Oggi quella cinica compagnia di giro gli ha girato le spalle: i tre gli dicono che deve lasciare lo scranno di sindaco, perché dire che una legge a te non si applica non è proprio un bello spettacolo, soprattutto per un ex pubblico ministero. Hanno qualche ragione, ma sempre più sembrano apprendisti stregoni alle prese con un incantesimo venuto male.

Infine, si dovrebbe finalmente discutere anche della legge Severino. Perché è evidente che c’è qualcosa di sconsideratamente eccessivo in quella norma, varata sulle ali del giustizialismo ma passata alle cronache con il nome di un ministro che (paradossalmente) è sempre stata una penalista nota per le sue idee garantiste. Sì: dovremmo ripensarla bene, la legge Severino. Pretendere per legge che un sindaco, o un parlamentare, o un qualsiasi amministratore pubblico condannato soltanto in primo grado debba dimettersi dalla sua carica è decisamente troppo per l’Italia. Non perché, rispetto ad altri Paesi, da noi la morale debba essere diversamente graduata, o perché non sia intimamente giusto il precetto: ma perché in Italia (come dimostrano proprio le disavventure di tanti ex magistrati direttamente prestati alla politica, e anche quelle di tanti magistrati in attività) la giustizia purtroppo non è un concetto né equanime né politicamente neutrale. E perché la giustizia purtroppo da noi non funziona affatto, come dimostra la quota elevatissima di sentenze d’appello che contraddicono le sentenze di primo grado. 

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