Così la polizia è riuscita a identificare il killer di Berlino

Come è andata quella notte, e come le forze dell'ordine hanno capito che era l'autore della strage al mercatino di Natale

Maurizio Tortorella

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In piazza 1° maggio, davanti alla stazione di Sesto San Giovanni, giace a terra il cadavere di un uomo. Sono le 3,35 del 23 dicembre 2016, fa freddo e il buio della notte è spezzato dalla giostra dei lampeggianti. Accanto al morto ci sono l'agente scelto Cristian Movio, ferito alla spalla destra, e l'agente in prova Luca Scatà, usciti dalla centrale con la loro auto per un turno di guardia dall'1 alle 7 di mattina. In piazza sono appena arrivate altre due volanti e un'ambulanza. I sanitari hanno inutilmente cercato di far rinvenire lo sconosciuto che, fermato casualmente dalla pattuglia mezz'ora prima, ha reagito estraendo una calibro 22, ha sparato più volte e per fortuna è stato neutralizzato.

Il suo cadavere, ancora coperto dagli scenografici fogli dorati delle coperte isotermiche, resta a terra per gli accertamenti della Scientifica. Movio, velocemente medicato, viene caricato sull'ambulanza per essere trasportato all'ospedale. Quando il mezzo è già in movimento, l'agente ha un soprassalto: «Quell'uomo mi ricorda qualcuno» pensa. Chiede all'infermiere al suo fianco di chiamargli la centrale. «Collega, sono Movio» dice, trattenendo il dolore, a chi gli risponde. «È solo un'impressione, magari mi sbaglio... Però segnalo che l'uomo che Scatà e io abbiamo appena bloccato potrebbe anche essere il killer di Berlino».

Mentre l'ambulanza corre verso l'ospedale di Monza, è esattamente in quel punto, intorno alle 3,50 del 23 dicembre 2016, che inizia la lunga notte del riconoscimento di Anis Amri, il tunisino autore della strage al mercatino di Natale: 12 morti in nome della Jihad. La Scientifica viene subito allarmata. In piazza 1° maggio vengono scattate foto del volto dello sconosciuto, che effettivamente ha qualcosa del ricercato. Chi le confronta con le foto segnaletiche, però, non può avere alcuna certezza definitiva. I tecnici intanto cercano di prendere le impronte al cadavere. Ma l'operazione è difficile, quasi impossibile: il freddo pungente della notte, ormai, le ha rattrappite e quasi cancellate. Forse un inizio di rigor mortis ha fatto il resto.

Un operatore in tuta bianca, allora, tenta una strada «all'antica». Con un apparecchio ad alta definizione, scatta qualche fotografia al pollice dello sconosciuto. Le immagini vengono velocemente trasmesse a un vecchio, abile dattiloscopista della Polizia. Uno di quelli che, quando ancora non c'erano computer e scanner, sapevano confrontare alla perfezione i «dermatoglifi», cioè le linee biometriche di un dito, con quelle di un'impronta. E poi individuare quei dieci, cento punti di contatto che garantiscono un riconoscimento certo.

Mentre alle 4 il cadavere viene circondato dai paraventi blu della Scientifica (e intanto qualche alto grado della Polizia viene già svegliato, «perché non si sa mai»), su una scrivania lontana da Sesto il lavoro dell'anziano dattiloscopista avanza nella notte. Il tecnico studia con estrema cura creste e solchi delle impronte dell'uomo di Sesto, e le sovrappone a quelle che la Polizia ha ricevuto da Berlino. Intorno alle 6, mentre all'alba mancano ancora due ore, il suo responso è prudentemente positivo, e insieme incredibile: sì, il morto potrebbe davvero essere Amri, il ricercato numero 1 d'Europa.

A Milano e a Roma la notizia corre come un brivido, allerta decine di funzionari e di tecnici. Amri. Possibile? Che colpo... La sicurezza? Be', quella ancora non c'è. L'operatore stima una probabilità al massimo del 65, forse del 70 per cento. Una quota che non basta perché la notizia possa essere trasmessa come certa al capo della Polizia, Franco Gabrielli, o al ministro dell'Interno, Marco Minniti.

La Scientifica, però, è già al lavoro con il passo successivo. Con una siringa, vengono iniettate acqua e glicerina in due dita della mano destra dell'ucciso. È un'operazione delicata e lenta; viene eseguita alla luce delle fotoelettriche, mentre i primi curiosi iniziano ad assieparsi al di là dei nastri bianchi e rossi stesi dalla Polizia a protezione del luogo della sparatoria. Ecco: le impronte digitali riaffiorano, diventano perfettamente leggibili. Vengono riprese con un tampone inchiostrato, trasformate al volo in un'immagine informatica e trasmesse all'Afis, l'Automated fingerprint identification system, il sistema di riconoscimento automatico delle impronte. Gestito dalla Sezione identità preventiva del ministero dell'Interno, a Roma, l'Afis è un casellario computeratizzato cui dal 1999 affluiscono tutti i cartellini fotosegnaletici creati dalla Polizia di Stato, dai Carabinieri, dalla Guardia di finanza e dalle forze dell'ordine straniere. Contiene migliaia e migliaia di foto, dati anagrafici e biometrici delle persone sottoposte a rilievi, e anche le loro impronte digitali.

Le due immagini delle dita dello sconosciuto di Sesto arrivano online a Roma. E con estrema urgenza vengono immesse nel computer, che inizia a cercare se nell'immensa memoria dell'Afis esista un loro proprietario: un individuo in qualche modo già segnalato, in Italia o nel resto d'Europa. Alle 7,20, dopo alcuni attimi di comparazione informatica che sembrano interminabili, arriva il primo responso della macchina: Amri Afis, nato a Ghaza, Tunisia, il 22 dicembre 1999; alto 1,78 per circa 75 chilogrammi di peso. Seguono sei identità «alias», più i dati dei reati comuni per i quali è stato condannato in Italia, e quelli delle sue detenzioni nelle carceri siciliane. E l'avviso in rosso: ricercato come possibile autore della strage di Berlino del 19 dicembre 2016, 12 morti e 56 feriti.

Ma non sono ancora contenti, gli alti funzionari della Polizia di Stato che intanto sono stati avvisati. Vogliono essere più che prudenti, più che certi prima di dare la notizia ai loro superiori e al mondo. Chiedono all'Afis una seconda lettura, al buio. Così i tecnici ripartono dall'inizio, reinseriscono le due impronte e aspettano il risultato. Che viene confermato definitivamente e senza ombra di dubbio alle 7,45. Mentre il sole sta per sorgere, Gabrielli e Minniti possono davvero esultare. In compenso hanno già un problema, e non da poco: i nomi dei due agenti di Sesto. Quando ancora non si sapeva chi fosse il morto, decine di cronisti li hanno avuti, quei nomi. Qualche agenzia li ha addirittura già trasmessi in un lancio. E quindi segretarli, come pure sarebbe giusto per evitare il rischio di un'azione ritorsiva, ormai è purtroppo inutile.

Minniti, da sottosegretario e da viceministro, ha lavorato a lungo con i servizi, conosce l'importanza del segreto e non è certo uno sprovveduto. Si consulta con il capo della Polizia, decide per l'unica strada seriamente praticable. E alle 8,30 rivela al mondo che cosa hanno fatto l'agente scelto Movio, 36 anni, e il suo collega Scatà, 29 anni e in prova al commissariato di Sesto. «Senza ombra di dubbio» dice Minniti, hanno fermato Anis Amri, il killer di Berlino. Seguiranno, inevitabili, le polemiche. Ma questa è un'altra storia.

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