Politica

Quel che c’è (di sbagliato) nel ddl anticorruzione

Pene inutilmente più alte. L’agente sotto copertura e l’agente provocatore. I beni confiscati anche ai prescritti. Giustizialismo allo stato puro

Cella di un carcere

Maurizio Tortorella

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Il disegno di legge contro la corruzione, varato due mesi fa dal consiglio dei ministri e subito ribattezzato "spazza-corrotti" sul blog del Movimento 5 stelle, è stato approvato dalle due commissioni Affari costituzionali e Giustizia di Montecitorio, poi è passato in aula il 19 novembre, tre giorni dopo è stato approvato dai deputati e ora è al Senato.
Nelle intenzioni del governo, il provvedimento vorrebbe combattere i reati contro la pubblica amministrazione. Il lavoro in commissione ha spesso visto contrapposte le due fazioni di maggioranza, con i leghisti impegnati (spesso senza riuscirci) ad attenuare le norme più ispirate alla demagogia giudiziaria del M5s. In qualche caso, la maggioranza si è però divisa. È stato così, per esempio, quando il 20 novembre alcuni deputati della Lega in aula hanno votato in segreto per un emendamento dell’opposizione che trasformava in semplici abusi d’ufficio alcune fattispecie del peculato. Ora si prevede che l’approvazione del Senato avverrà in tempi molto rapidi, con la modifica della norma contestata; quindi il ddl tornerà alla Camera per l’approvazione definitiva in seconda lettura. Luigi Di Mio si dice convinto che sarà legge entro dicembre. Ecco le principali novità che contiene il provvedimento.
Il “Daspo” dagli appalti – Nella versione fin qui approvata, il ddl escluderebbe a vita dalla partecipazione a gare e appalti pubblici l’imprenditore che sia stato condannato a più di 2 anni di reclusione per questi sette reati: corruzione, peculato, concussione, induzione indebita a dare utilità, istigazione alla corruzione, traffico illecito di influenze e (perfino) abuso d’ufficio. La misura è stata definita “Daspo” perché ricalca il divieto a partecipare a eventi sportivi per i tifosi violenti.
L’incremento delle pene – In linea con le peggiori pulsioni giustizialiste del M5s, il ddl spazza-corrotti aumenta anche le pene per molti dei sette reati di cui sopra. Se il provvedimento fosse approvato, per esempio, la corruzione del «pubblico ufficiale che, per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa», verrebbe punita con una pena da 3 a 8 anni di reclusione (oggi la forbice va da 1 a 6 anni); mentre il traffico d’influenze (un reato introdotto nel 2012, che individua l’attività di mediazione tra chi vuole mettere in atto una corruzione e il funzionario pubblico da avvicinare) sarebbe punito con una pena da 1 a 5 anni (oggi la forbice va da 1 a 3). Queste modifiche basterebbero a rendere possibile nel primo caso la custodia cautelare dell’indagato (che il Codice di procedura penale ammette solo per reati il cui massimo della pena è pari ai 6 anni) e nel secondo le intercettazioni (che il Codice ammette solo per i reati il cui massimo di pena è pari o superiore ai 5 anni).
Chi si “pente” si salva – Il ddl introduce anche la nuova figura del “pentito anticorruzione”, garantendogli la “non punibilità nel caso di tempestiva e fattiva collaborazione”. La norma stabilisce che, per non essere punito, il pentito deve autodenunciarsi «prima dell’iscrizione a suo carico della notizia di reato (…) e comunque «entro sei mesi dalla commissione del fatto». Dopo i danni gravissimi che negli anni scorsi ha fatto il pentitismo in campo mafioso, viene da domandarsi che cosa potrebbe accadere con l’ampliamento di quello strumento alla corruzione.
La confisca? È valida sempre – Il ddl stabilisce che la confisca dei beni di corrotti e corruttori, se disposta con una condanna in primo grado, resti valida anche nei casi in cui il processo d’appello si chiude con l’estinzione del reato per prescrizione o per amnistia. Quindi il patrimonio dell’imputato resterebbe confiscato anche se nessun giudice avesse stabilito definitivamente la sua colpevolezza, in evidente contrasto con il precetto costituzionale della presunzione d’innocenza.
L'agente sotto copertura – Oggi l’utilizzo di agenti sotto copertura è ammesso solo nei reati più gravi, come il contrasto alla mafia e il traffico di stupefacenti. Il ddl invece lo allarga a tutti i reati contro la pubblica amministrazione, e introduce anche la figura dell’”agente provocatore” suggerita dall’ex pm Piercamillo Davigo: il provocatore è un pubblico ufficiale che si finge disponibile a commettere reati al solo scopo di stanare potenziali corruttori. L’agente provocatore, stabilisce il ddl, ha un solo limite: non deve istigare al reato (una pratica censurata più volte come illecita dalla Corte europea dei diritti dell’uomo). Al momento, però, il ddl anticorruzione non stabilisce alcun confine tra la finzione lecita e l’istigazione vietata. Forza Italia ha cercato di porre freni alla norma, cercando la collaborazione della Lega, ma senza riuscirci.
Il finanziamento ai partiti – In commissione sono state approvate nuove norme anche sul finanziamento ai partiti, che il ddl iniziale non prevedeva. Oggi nei bilanci dei partiti devono essere segnalate tutte le donazioni superiori ai 5mila euro, però la legge sulla privacy consente di omettere i nomi dei finanziatori che non abbiano dato il consenso alla pubblicazione dei loro dati. Il ddl anticorruzione, al contrario, stabilisce che il limite massimo per la donazione anonima in contanti scenda a 500 euro, e che sopra quella cifra ogni contributo debba essere segnalato online con il nome del donatore sia dai partiti, sia dalle fondazioni e dalle associazioni loro collegate. La norma, per quanto severa, in questo caso non sembra sbagliata perché impone trasparenza a un settore molto opaco, e del resto accoglie le prescrizioni dell’Autorità nazionale anticorruzione.

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