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Quando Calamandrei voleva collegare politica e magistratura

Un saggio di Giovanni Guzzetta, “La Repubblica transitoria, analizza la maledizione istituzionale italiana. Alla ricerca di una soluzione

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Maurizio Tortorella

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Prima è stata colpa delle antiche divisioni ideologiche, esaltate dalla Guerra fredda: comunisti contro democristiani. Poi è venuto il crollo della Prima Repubblica, con il referendum sul sistema elettorale, ma anche i nuovi equilibri instabili hanno impedito la creazione di un sistema istituzionale ben assestato. Oggi lo scenario politico, nella sua totale approssimazione e volatilità, rende ancor più improbabile la definizione di un quadro istituzionale veramente saldo.

Stanno purtroppo nella nostra storia contemporanea la maledizione e l’anomalia italiana di cui scrive Giovanni Guzzetta nel suo ultimo saggio, La Repubblica transitoria (Rubettino editore, 80 pagine, 15 euro). Avvocato, docente di diritto costituzionale all’Università di Roma Tor Vergata, autore di decine di saggi, da anni Guzzetta si batte per la grande riforma e per un nuovo assetto presidenziale. Lo sta facendo anche da qualche mese, con l’ipotesi di un referendum e di un’assemblea costituzionale per la riforma dello Stato.
La Repubblica incompiuta, nella descrizione di Guzzetta, è un disastro collettivo. Dove impera una costituzione parallela, una mala pianta che è germogliata e ormai si è avvinghiata alle istituzioni grazie agli spazi lasciati aperti dalla Costituzione formale. È questa la “Repubblica transitoria” del saggio: che in questo momento, più che mai, rischia di trascinare il Paese in avventure poco rassicuranti. Perché le troppe regole non stabilizzate lasciano varchi pericolosi: quei varchi che per esempio hanno portato allo stravolgimento dell’equilibrio tra poteri, con la crescita abnorme di quello giudiziario.

In un Paese che da decenni è incredibilmente bloccato sulla spiaggia della separazione delle carriere tra magistrati e giudici, Guzzetta va utilmente a rileggere la discussione che si svolse all’interno dell’assemblea costituente nel 1946, e ritrova i passaggi degli interventi di Piero Calamandrei, che raccomandava allora un “Procuratore generale commissario di giustizia, che avrebbe dovuto rappresentare l’organo di collegamento tra magistratura e governo”: un magistrato che avrebbe dovuto essere scelto tra i procuratori generali delle corti d’appello e della Cassazione, e una volta nominato dal presidente della Repubblica avrebbe preso parte alle sedute del Consiglio dei ministri, rispondendo di fronte alle Camere del buon andamento della magistratura. Calamandrei prevedeva che il Procuratore commissario potesse essere addirittura sfiduciato dalle Camere, sul modello britannico. Una figura impensabile, oggi, ma che forse sarebbe stata in grado di evitare i conflitti disastrosi tra politica e tribunali ai quali mille volte abbiamo assistito e continuiamo ad assistere.

Un problema ancora più grave, che Guzzetta tratteggia nell’ultima parte del saggio, è però quello dei partiti politici: la spina dorsale che è venuta a mancare, con la depoliticizzazione sociale che ha determinato la departitizzazione. La società oggi è portatrice di istanze autonome, che quel che resta dei vecchi partiti ormai rincorre senza alcun potere di indirizzo.

Ed è qui che nasce la deriva della presunta democrazia diretta, con le pulsioni populistico-grilline per l’abbandono della democrazia rappresentativa e le ricorrenti, inquetanti dichiarazioni di obsolescenza del Parlamento stesso. Giustemente, Guzzetta scrive che “l’esaltazione fondamentalista per la democrazia diretta parte da un errore di analisi: confonde la democrazia della delega, come si è sviluppata in Italia, con una sana democrazia rappresentativa. Da noi, la crisi del parlamentarismo è purtroppo un dato storico. L’impostazione assemblearista dell’Assemblea costituente ha prodotto il paradosso che il Parlamento serva solo a ratificare decisioni imposte, come i decreti-legge, o a legittimare compromessi di sottogoverno”.

Con qualche apprensione in chi legge, il saggio balena nel nostro futuro potenziali venature autoritarie. La soluzione di Guzzetta è il presidenzialismo, per il quale si batte da tempo. Per arrivare a una Repubblica adulta, in grado di affrontare con strumenti adeguati le grandi sfide che il futuro (ma in realtà già il presente) ci sta per presentare. Speriamo sia ascoltato.

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