Immigrazione: lo schiaffo dell'Ue all'Italia
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Immigrazione: lo schiaffo dell'Ue all'Italia
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Immigrazione: lo schiaffo dell'Ue all'Italia

Nonostante gli annunci roboanti e gli appelli all'Onu l’Italia non ha portato a casa altro che barconi carichi di migranti. E una manciata di briciole

Un pugno di mosche. Finora, nonostante il rullare di tamburi e gli annunci eclatanti e le promesse di soluzione e “risoluzione” del problema migranti, l’Italia non ha portato a casa altro che barconi zeppi di clandestini e bozze di Agenda europea per l’immigrazione in cui i numeri della solidarietà UE fanno avanti e indietro come la fisarmonica, sempre restando inadeguati. Ci sono volute centinaia se non migliaia di morti perché l’Unione Europea riconoscesse che le coste italiane sono frontiere europee (ma solo in linea di principio) e ponesse sul tavolo i boat people come priorità da affrontare.

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Si parla ora di 60 milioni di euro da mettere a disposizione dei Paesi in prima linea (Italia, Spagna e Grecia) e di una missione Triton triplicata in mezzi e fondi, arrivando così a un centinaio di milioni di euro l’anno. E tuttavia, queste sono briciole, sono una vergogna, quasi offensive verso un Paese che è fondatore e contributore netto della UE e che sopporta da anni l’impatto di una migrazione epocale non verso l’Italia, ma verso l’Europa, specie verso l’Europa del Nord.

Un’ingiustizia, uno sprezzo verso l’Italia resi evidenti dalla sproporzione con quanto viene stanziato dal continente per emergenze lontanissime, dall’Asia all’America. L’Echo, la Direzione della Commissione europea per gli aiuti umanitari e la cooperazione, stanzia ogni anno circa un miliardo di euro (nel 2013 fino a 1 miliardo e 300 milioni) e per esempio ha foraggiato con circa 300 milioni il Mali destabilizzato dalla guerra in Libia e dal passaggio degli ex mercenari del deposto e linciato Gheddafi nelle fila del jihadismo attivo in tutto il Sahel. Cioè: abbiamo fatto la guerra alla Libia voluta da Nicolas Sarkozy, e poi sperperato le nostre (limitate) ricchezze per arginare i danni provocati da quella guerra. Così, mentre l’Europa che distribuisce miliardi a pioggia in tutto il mondo fatica a destinare fondi per un’emergenza che è davanti alla sua, e nostra, porta di casa. E dovremmo pure compiacerci e ringraziare se Bruxelles aggiunge alla mancia qualche bruscolino.

Per non dire quanto sta avvenendo all’Onu. L’Italia ha ormai rinunciato a pretendere una missione militare solo europea per contrastare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo, accettando l’idea che si debba comunque avere l’avallo di una risoluzione “autorizzativa” delle Nazioni Unite. Ma in questo modo la missione da un lato si depotenzia, nelle limature del testo imposte dal negoziato con tutti i membri del Consiglio di Sicurezza, dall’altro diventa quasi impossibile da varare. Ecco perché: Paesi come la Russia, che hanno diritto di veto, non vogliono che sia neppure ventilata l’ipotesi di raid aerei o attacchi a terra, nei porti, per affondare i barconi vuoti. Il territorio libico non dev’essere violato. E infatti, lo stesso Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della UE, Lady Pesc Federica Mogherini, alla fine ha dovuto escludere interventi aerei. Come ha escluso l’idea dei respingimenti. Come ha negato che si volesse una “soluzione militare”. E allora? Che cosa resta della grande spedizione a guida italiana contro i trafficanti?

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Il secondo scoglio è la Libia stessa, le sue residue istituzioni. Per mesi e mesi la Mogherini ha cercato di metter d’accordo le diverse fazioni. Senza successo. Adesso la beffa è che proprio il governo di Tobruk, che Italia e UE riconoscono come legittimo, tramite l’ambasciatore all’Onu ha tuonato contro la missione europea protestando di non essere stato neppure consultato e comunque di essere contrario, a differenza del governo islamista di Tripoli, non riconosciuto da Italia e UE, che invece ha chiesto aiuto contro i trafficanti.

Insomma, un pasticcio all’italiana che nasconde (o svela) solo una cosa: la nostra drammatica incapacità di prendere decisioni e/o far valere le nostre sacrosante rivendicazioni nelle cosiddette sedi internazionali. Siamo oggi un Paese da operetta di fronte a una tragedia vera.   

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