Il Tfr in busta paga: tramonta lo Stato assistenziale
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Il Tfr in busta paga: tramonta lo Stato assistenziale

Storia di un'istituto simbolo di un mondo che sta per sparire. Il dibattito sugli effetti perversi di una cultura che accompagnava dalla "culla alla tomba"

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi illustrando la nuova legge di Stabilità ha annunciato che da oggi ogni lavoratore potrà richiedere un anticipo in busta paga del proprio Tfr (Trattamento di fine rapporto) senza aspettare il giorno della pensione, pagando allo Stato un’aliquota maggiorata. Come dire: mi riprendo quello che ti ho dato e che è mio.

Dalla culla alla tomba
C’era una volta il Welfare State, quello Stato assistenziale che per anni ha accompagnato il cittadino “dalla culla alla tomba”. Forse oggi possiamo ufficialmente dire che si è segnato un primo passo verso la direzione opposta. Nato nell’immediato dopoguerra nel mondo anglosassone sull’onda delle teorie Keynesiane, arrivò in Italia con il solito discreto ritardo, verso la fine degli anni Sessanta sull’onda della rivoluzione studentesca. Ma, come sempre è accaduto nel nostro Paese, fu recepito in tutte le sue storture e difetti diventando in breve uno dei tanti carrozzoni democristiani dove mungere l’impossibile.

Negli anni Ottanta, proprio quando, sempre nel mondo anglosassone, e cioè negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, Ronald Reagan e Margareth Thatcher che sosteneva che lo Stato Sociale “addormenterebbe i cittadini, invece di spronarli all’impegno personale per costruire il proprio futuro con perseveranza e alacrità” ne decretavano il suo de profundis; sempre in Italia, lo “Stato mamma” raggiungeva il suo momento di maggior sviluppo.

1982, nasce il Tfr
Correva l’anno 1982 e, quando la nazionale italiana di calcio si apprestava a vincere il Mundial di Spagna, l’Aula di Montecitorio dava alla luce proprio il Tfr (Trattamento di fine rapporto) di cui tanto si parla in queste ore: “in ogni caso di cessazione, il prestatore di lavoro ha diritto a un trattamento di fine rapporto. Tale trattamento si calcola sommando per ciascun anno di servizio una mensilità pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione dovuta per l’anno stesso, divisa per 13,5” .

Nel 1982, con l’Inps che viaggiava già verso i 30.000 mld di lire di deficit, Democrazia Proletaria guidata da Mario Capanna promosse un referendum sulle liquidazioni, ma il lavoro del primo governo non democristiano della storia repubblicana guidato da Giovanni Spadolini evitò il ricorso alle urne con la legge n. 297 del 29 maggio 1982 che garantiva ai lavoratori un Tfr che le stesse casse di previdenza non erano in grado di sostenere. L’approvazione della legge avvenne soltanto dieci giorni prima del voto e questo permise alla Corte di Cassazione di annullare il referendum.

Debito insostenibile
Il ministro del lavoro Michele Di Giesi dichiarò: “sono lieto di aver dato il mio contributo a una buona legge, che ha accolto numerose istanze del movimento dei lavoratori”.

Nel corso degli anni un debito pubblico insostenibile e proprio il sistema pensionistico italiano, che periodicamente si è cercato di modificare senza successo, hanno di fatto distrutto quel modello di Welfare State che nel mondo anglosassone aveva prodotto ricchezza e benessere a giorni alterni.

Se il welfare genera miseria
Nel 1996 durante il primo governo Prodi, Bruno Trentin, uno degli storici segretari della Cgil ebbe a dichiarare “il Welfare State, al contrario di quello che si prefiggeva fin dal disegno beveridgiano (sir William Henry Beveridge colui che inventò lo Stato sociale tra il 1942 e il 1944), genera miseria, non uguaglianza”.

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