Carmelo Abbate

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Laura Della Pasqua

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La ricostruzione post terremoto del centro Italia semplicemente non è mai iniziata. La pietra tombale sulla tanto decantata "celerità" nella risposta delle istituzioni alle scosse che dal 24 agosto angosciano gli abitanti di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, non l'ha messa un leader politico in cerca di polemica. E neppure il rappresentante di un comitato di cittadini arrabbiati, che magari coltiva aspirazioni da capopopolo. No.

L'accusa sulla ripartenza che non è nemmeno partita, la dichiarazione di resa sulla macchina organizzativa che non riesce ad andare avanti, l'esortazione a cambiare registro, arriva nientemeno che dal massimo rappresentante del governo per la ricostruzione: il commissario straordinario Vasco Errani.

Questa è cronaca. Siamo ad Ancona, è mercoledì 15 febbraio. I sindaci dei comuni della zona di Macerata, Ascoli e Fermo si ritrovano per una riunione a porte chiuse con il presidente della regione Marche, Luca Ceriscioli, e con l'uomo incaricato direttamente da palazzo Chigi. Si passano in rassegna i numerosi problemi post sisma, dai sopralluoghi troppo lenti alle casette che non arrivano, dalle tanto agognate stalle alla altrettanto odiata burocrazia. Il commissario governativo Vasco Errani ascolta in silenzio, poi si alza e inizia il suo discorso, che Panorama è in grado di riportare fedelmente: " Non c'è dubbio che abbiamo avuto quattro terremoti, la dimensione è stratosferica, ma tutto ciò non risolve il fatto che non riusciamo ad andare avanti su alcune cose".

Errani prende fiato e lancia il sasso: "Macerie, stalle, casette, questa non è la ricostruzione, questa è la gestione dell'emergenza. Bisogna cambiare. E bisogna dare e fare un'altra governance, se no non ce la faremo". A questo punto il responsabile ultimo della ricostruzione si trasforma in un tribuno e al grido di " non esiste" scaglia la sua invettiva contro la sua ricostruzione: "Non esiste il fatto che per cominciare a fare le casette, che non è ciò che devo fare io, si attenda di avere il fabbisogno definitivo di tutte le casette. Non esiste. Non esiste che per fare le stalle bisogna metterci tutto questo tempo. Non esiste. Non esiste". Errani sprona "i sindaci che in base al nuovo decreto possono diventare stazione appaltante per le casette".

Il clima in sala si accende, e qualche primo cittadino fa notare che i progetti di urbanizzazione rimangono parcheggiati in regione per mesi e mesi. Alla fine della riunione, un partecipante che chiede si restare anonimo si sfoga con Panorama: "Le ordinanze sono incomprensibili, quando chiamiamo in regione ci rimpallano da un ufficio all'altro, e nessuno sa darci una risposta chiara. Ora ci dicono che i comuni possono fare le gare di appalto, ma i progetti vanno approvati dalla regione, e non possiamo presentarli se prima non finiscono il sopralluogo. Siamo nel caos più totale. Anche per i più piccoli interventi non sappiamo come procedere".

Sono passati sei mesi dalla prima scossa e dallo "state tranquilli, prima dell'inverno avrete le casette" promesso da politici con il caschetto sulla testa in tour tra le macerie. Salvo poi dare la colpa dei ritardi a chi non poteva ribattere, ovvero la neve, e andare a celebrare come fosse un vanto, senza neppure una punta di vergogna, la consegna di 18 abitazioni provvisorie in legno con quella indecorosa estrazione a sorte prima della Befana.

Casette
Il comune più fortunato e invidiato è sicuramente Norcia, con le sue 18 famiglie che soltanto nei giorni scorsi hanno avuto accesso alle cosiddette Sae (soluzioni abitative in emergenza). Altre 20 dovrebbero essere consegnate a breve, ma siamo ben lontani dalle 191 richieste dal sindaco con l'intercessione di San Benedetto dopo le scosse del 24 agosto e del 26 ottobre. Ma quelle di Norcia rimangono comunque le uniche casette abitate su un totale provvisorio di 1.881 richieste da tutti i comuni colpiti dal terremoto.

Come direbbe Errani, non esiste. Amatrice, per esempio, aveva fatto domanda per 510 costruzioni in legno: solo 25 sono state consegnate e assegnate con quella famosa lotteria del disonore. Ma sono tuttora vuote.

 

Il resto è desolazione pura. Castelsantangelo sul Nera è un paese fantasma, completamente raso al suolo dopo le scosse di agosto e ottobre. Il sindaco Mauro Falcucci aveva chiesto 70 casette, è ancora lì che aspetta, e si sfoga con Panorama: "Gradiremmo essere trattati alla stessa maniera degli altri comuni. Non siamo quelli del terremoto vicino a Norcia, siamo una comunità che è stata completamente distrutta. Non pretendiamo di essere i primi, ma chiediamo pari trattamento, perché abbiamo paura di essere dimenticati".

Stessa situazione e stato d'animo ad Arquata del Tronto, comune che ha pagato con 51 morti il sisma del 24 agosto. Duecento casette richieste, nemmeno una consegnata, a dispetto delle aree individuate e pronte. "Noi siamo tenaci, ma ci sentiamo trascurati rispetto a Norcia e Amatrice" dice a Panorama il sindaco Aleandro Petrucci. "Forse qualcuno dimentica che siamo il comune messo peggio: un paese fantasma, tutti evacuati, pure dalle frazioni".

Ci spostiamo a Visso, provincia di Macerata, 225 casette richieste dopo le scosse di ottobre. La musica non cambia. "Le aree sono state individuate, ma è tutto fermo. Avete visto casette voi?" ci domanda il sindaco Giuliano Pazzaglini. "Purtroppo non abbiamo luoghi simbolo come la basilica di Norcia, quindi passiamo in secondo piano". Come direbbe Errani, non esiste.

Sfollati e alberghi
Senza casette, con la propria abitazione distrutta, inagibile, o in attesa di verifica, e con un incubo che negli ultimi giorni si materializza sempre di più: quello di essere sbattuti fuori dagli alberghi che con l'avvicinarsi dell'estate vogliono sostituire gli sfollati con i turisti. Alla bacheca dell'Holiday di Porto Sant'Elpidio nei giorni scorsi è apparso un avviso che rendeva partecipi i 500 "ospiti del sisma" della tabella di marcia condivisa con la Regione Marche: 250 dovranno andare via entro il 20 maggio, gli altri 250 al 30 giugno.

Domande. Chi resta? Quelli che hanno bambini che frequentano le scuole? Chi parte? Per andare dove? "Purtroppo nessuno conosce questi requisiti, forse solo la regione, ma non li ha ancora comunicati" dice Daniele Gatti, direttore del centro turistico. "Noi abbiamo fatto il nostro dovere, e anche di più. Il contratto con la regione per l'accoglienza degli sfollati scadeva il 30 aprile".

Sono 12.070 le persone rimaste senza un tetto, 9.326 quelle che sono state accolte nelle 300 strutture ricettive locali e negli alberghi sulla costa. Nei giorni scorsi i proprietari e gestori si sono visti recapitare la richiesta delle regioni a continuare l'accoglienza "eventualmente fino al 31 dicembre 2017, e comunque fino al termine dello stato di emergenza". Il documento ha avuto l'effetto di una doccia fredda sugli operatori che avevano già pianificato la stagione turistica estiva. Si sono alzati malumori e proteste, al punto che l'assessore al Turismo delle Marche, Moreno Pieroni, ha convocato una riunione con le associazioni di categoria, al termine della quale ha parlato di "disponibilità delle strutture ricettive" e "fabbisogno dei posti letto ampiamente garantito". Sarà sicuramente così, ma al momento, secondo quanto risulta a Panorama, sulla piattaforma web per le comunicazioni a loro dedicate, sono perventute risposte da 188 strutture su 300 per un totale di 6.495 posti letto. Pesa anche la questione rimborsi: 40 euro al giorno per la pensione completa. Ma molti degli albergatori sono ancora in attesa che vengano saldate le fatture di novembre. E c'è chi, come L'Hostaria del Cavaliere di Monteprandone, in provincia di Ascoli Piceno, alza bandiera bianca. "Mi trovo di fronte a un bivio: o caccio i terremotati dal mio albergo, oppure lo regalo allo Stato" è sbottato di recente il proprietario Andrea Evangelista. "La regione non ci paga e io non posso continuare a chiedere soldi in banca per pagare tributi e utenze". Come direbbe Errani, non esiste.

Verifiche agibilità
Per chi non dovesse rientrare nelle ottimistiche previsioni dell'assessore Pieroni, si aprirebbero due vie: fare i bagagli e trasferirsi in un altro albergo all'interno, dove comunque la terra non smette di tremare, oppure tornare nella propria casa. Peccato che moltissimi sfollati non abbiano ancora neppure ricevuto la visita dei tecnici che devono certificare l'agibilità della propria abitazione. Non esiste, direbbe Errani. Non esiste che a sei mesi di distanza dal primo terremoto, mentre la Protezione civile sbandiera 110.724 sopralluoghi nelle quattro regioni tra edifici pubblici e privati, ne rimangono ancora 91 mila da fare.

Non esiste che si proceda per mesi con troppi pochi tecnici abilitati a verificare lo stato degli edifici per compilare le cosiddette schede Aedes (agibilità e danno in emergenza sismica). E che a novembre, piuttosto che potenziare e velocizzare le squadre di intervento, si attivi una nuova procedura Fast (fabbricati per l'agibilità sintetica post terremoto) che avrebbe dovuto sveltire la procedura, ma finisce per complicarla ulteriormente, come dimostrano le 12.500 schede rimaste sospese e rinviate a un successivo passaggio dei tecnici Aedes. Non esiste che dal Comune di Cingoli, dopo il sisma di ottobre, siano arrivate 1.500 richieste di verifica di agibilità, e ne siano state affettuate solo 100. Mentre a Visso siamo a 500 verifiche su 1.900. Non esiste che, secondo un calcolo fatto da Panorama con l'ausilio di ingegneri specializzati, incrociando i dati ufficiali della Protezione civile, dai quali risulta una tabella di marcia con una media di 830 schede Aedes e 2.600 Fast a settimana, si arrivi a una proiezione di ultimazione delle sole verifiche per la fine del 2017. Come direbbe Errani, non esiste.

Caos normativo
Il commissario del governo ha in qualche modo puntato il dito contro i comuni, dicendo che "non esiste la centralizzazione della ricostruzione, si ricostruisce soltanto nel territorio". E contro i sindaci, che ha spronato a "diventare stazione appaltante". Ma dopo tre decreti legge, una legge di bilancio, una legge differimento dei termini, otto ordinanze del commissario straordinario e del capo della Protezione civile, per dirla con le parole di Filippo Saltamartini, sindaco di Cingoli, "abbiamo bisogno di un professore di diritto costituzionale per venire a capo di una legislazione così frammentata". Un caos normativo che produce complicazioni dal sapore beffardo. Un esempio su tutti, il canone Rai, sospeso soltanto per i terremotati che dimostrano di non avere più il televisore. In sostanza, per non pagare devono inseriere anche la tv nella lista dei danni. Così prescrive il decreto legge numero 8 del 2017, ma da nessuna parte si specifica come va dimostrata la distruzione del televisore: con un'autocertificazione che attesti il crollo della casa? O con il solo fatto di essere ospitato in albergo?

Stalle
Gli animali sono dovuti rimanere dentro le loro stalle mezze crollate, oppure all'aperto in mezzo alla neve. La Coldiretti calcola siano morti oltre 400 capi di bestiame, mentre 600 mucche e 5 mila pecore sono ancora al freddo, senza un ricovero. Dopo il terremoto di agosto, dalle Marche era partita la richiesta di 69 stalle in tensostruttura, poi ci sono state le altre scosse e il numero è salito a 342. A oggi ne sono state realizzate 30, e quelle completate con gli allacci di luce e acqua, quindi funzionanti, sono soltanto due. Come direbbe Errani, "non esiste che per fare le stalle bisogna metterci tutto questo tempo". Soprattutto in comunità montane le cui economie sono basate proprio sull'allevamento. Non esiste.

Viabilità
Come non esiste che a fronte di 574 criticità su 124 strade statali, regionali e provinciali, delle quali 203 legate a vere e proprie interruzioni, la situazione sia rimasta com'era. Dunque con interi comuni ancora isolati, altri accessibili soltanto dopo lunghe ed estenuanti circumnavigazioni in auto: tutto fermo a un "primo stralcio del programma definito da Anas, di concerto con le regioni e i gestori stradali" approvato soltanto il 14 febbraio dal capo del dipartimento della Protezione civile. Come direbbe Errani, non esiste. Il tempo passa, i danni per l'economia crescono e i costi aumentano. L'ultima cifra messa nero su bianco dalla stessa Protezione civile parla di 23 miliardi, che comprende i costi per l'emergenza, i 12,9 miliardi di danni agli edifici privati e 1,1 miliardi a quelli pubblici. Considerato che a fronte di 107 mila sopralluoghi ne rimangono oltre 100 mila da fare, sicuramente esiste il dubbio se ci si trovi di fronte a stime attendibili o a previsioni buttate lì come un Exit Poll qualsiasi. Può esistere una ricostruzione così?

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