Il rimpasto si fa ma non si dice
ANSA/CARLO FERRARO
Il rimpasto si fa ma non si dice
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Il rimpasto si fa ma non si dice

Il sindaco sostiene che il rimpasto sia una liturgia primo-repubblicana di cui gli italiani non vogliono più sapere. Ma intanto...

 

Rimpasto. Termine vecchio da Prima Repubblica. Ma che nel limbo di una Repubblica che somiglia sempre di più alla prima ha ancora un significato. “Io sul rimpasto non voglio metter bocca”, avverte Matteo Renzi. “Di più, io non ci sto”. È stato lestissimo, il segretario del Pd, a sentir subito puzza di bruciato nelle voci sul Letta bis (Letta bis: altra espressione preistorica, riferita a quando l’Italia aveva - ma in parte ha ancora - un governo dopo l’altro di vita breve ma con lo stesso timoniere e il bis è una replica con rimpasto, un reincarico dopo una verifica di maggioranza, un tagliando). Eppure, nonostante tutte le attenzioni di Renzi per la comunicazione, nella quale è bravissimo, quel che sembra si stia apparecchiando è proprio il solito, vecchio rimpasto.

Ed esattamente come nel caso della legge di stabilità, del Milleproroghe e del Salva Roma, Renzi si troverà di nuovo davanti al dilemma su come prender le distanze da pratiche ostiche, ormai indigeste, per gli italiani. Insomma, come potrà mantenere la sua base di consenso, l’entusiasmo di chi vede in lui l’unica chance vera (e anche seria) di cambiamento, se da leader del partito di maggioranza nel governo continua di fatto a avallare tasse e manovre di Palazzo? Come potrà tirar fuori le mani dall’impasto, dal rimpasto che, per riequilibrare i rapporti di forza tra e dentro i partiti, non potrà non tener conto del drappello di giovani del Pd a immagine e somiglianza di Matteo? E soprattutto, nel caso in cui uno o più renziani dovessero entrare nel governo, non sarà ancor più difficile per Renzi fare le parti di chi è costretto a pazientare e intanto incalza l’esecutivo a fare, fare, fare?

Insomma, il governo Letta è fragile, grigio, traballante. Molte caselle, come nelle cartelle della tombola, cominciano a non chiuder più l’occhio, la finestrella è rotta o incastrata e va cambiata. Per mille ragioni. C’è chi “merita” d’esser promosso perché nella cordata giusta (il ministro Delrio) e chi di uscire dall’esecutivo perché ha commesso errori marchiani o non ha fatto quel che doveva fare o più semplicemente è rimasto senza rete politica: la ministra Cancellieri per le controverse telefonate ai Ligresti, la ministra De Girolamo vittima di registrazioni abusive in casa sua, lo stesso vicepremier Alfano per le rivelazioni del suo ex capo di Gabinetto, Procaccini, sul caso Shalabayeva, il ministro Giovannini che ha criticato troppe volte Renzi… E c’è chi “merita” di fare il suo ingresso nella stanza dei bottoni ed entrare dalla sala dei mappamondi a Palazzo Chigi dentro la sala del Consiglio, ministro o ministra in erba, in quanto in linea col nuovo corso (Maria Elena Boschi, ma non solo). Certo, Renzi sa bene, l’ha scritto in un tweet, che il rimpasto è “roba da Prima Repubblica, una noia”. E sa che un suo maggior coinvolgimento nel governo Letta, ormai al minimo della popolarità, rischia di ridimensionare il patrimonio di fiducia che gli italiani gli hanno già dato con le primarie e gli confermano nei sondaggi. Se ci saranno uno o più ministri renziani in  un governo Letta bis frutto di rimpasto, sarà ardua per Renzi difendersi dal sospetto di essere un leader che predica bene e razzola male.

Il rimpasto lo faccia Letta, se lo intesti lui, ma non pretenda di blindarsi con un’irruzione di amici di Matteo nel Consiglio dei ministri.

Renzi ha un obiettivo. Per raggiungerlo sa di non dover deludere. Il rimpasto sarebbe una delusione. Allo stesso modo, avendo detto in modo visivo ed efficace che il programma di un governo dovrebbe non esser fatto da preamboli e chiacchiere, ma da un foglio Excel con quel che va fatto, chi lo deve fare e i tempi per farlo, aspettiamo il foglio.

Meglio l’Excel del Rimpasto.

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