Il pasticciaccio (brutto) dei conti del Csm
Alessandro Di Meo/Ansa
Il pasticciaccio (brutto) dei conti del Csm
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Il pasticciaccio (brutto) dei conti del Csm

La Corte dei conti vorrebbe verificare i bilanci, il Consiglio replica: "Manco per idea". Così si scopre che è dal 1997 che nessuno controlla

Deciderà la Corte costituzionale. Ma è veramente una brutta storia, da qualunque parte la si guardi. È brutta fin dall'inizio: nel giugno 2015 la Corte dei conti, impegnata nell'aggiornamento annuale dell'anagrafe dei "soggetti pubblici titolari di gestioni di denaro, beni o valori assoggettabili alla resa del relativo conto" si accorge che il Consiglio superiore della magistratura quel conto non lo rende e ultimamente non lo ha reso. E non dal 2014, ma addirittura dal 1997!

I giudici contabili, che giustamente vogliono verificare come il Csm utilizzi un bilancio che nel 2013 (uno degli ultimi dati disponibili) era stato di 35 milioni di euro, bussano così alla porta del vicepresidente del Consiglio, Giovanni Legnini.

Inizia un duello a colpi di delibere e controdelibere. La Corte dei conti chiede trasparenza, il Csm risponde che si ritiene non soltanto organo di rilevanza costituzionale, ma organo supremo dello Stato: non ha pertanto alcun dovere di rendicontazione.

Del resto, spiega il segretario generale del Consiglio, "la regolarità contabile è garantita da elevate e specifiche professionalità", ovviamente interne al Csm, e da “controlli puntuali, seri e costanti".

La Corte dei conti insiste: il 21 febbraio una sentenza intima tassativamente al Csm di presentare il rendiconto entro 120 giorni. Il 4 marzo, all'inaugurazione dell'anno giudiziario, il presidente della sezione Lazio della Corte attacca le resistenze del Csm: Ivan De Musso critica "il peccato di superbia (...) mosso dall'insofferenza istituzionale di essere sottoposto al controllo di un altro organo dello Stato di cui non riconosce l'autorità". Ma non serve a nulla.

Anzi, Legnini decide di investire della questione la Corte costituzionale. E come da copione, nel suo ricorso, il Csm lamenta (orrore!) la "grave lesione dell'autonomia costituzionale della magistratura".

Ora, è probabile che dovendo valutare una questione che afferisce all'organo di governo della magistratura, i magistrati della Consulta scoprano il consueto spirito di casta, quello che ha fatto loro decidere che l'unica retribuzione pubblica che non può vedere sminuita la rivalutazione annuale è (guarda caso) quella dei magistrati.

Però va detto che, soprattutto in questt'era di (presunta) spending review e di tagli di spesa, anche il csm potrebbe e forse dovrebbe mostrare una qualche seria, autonoma sensibilità sul tema. Senza arroccarsi a difesa di prerogative decisamente fuori tempo massimo. E fuor di ragione.




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