Il Csm vuole chiudere in tutta fretta il caso Rossi
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Il Csm vuole chiudere in tutta fretta il caso Rossi
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Il Csm vuole chiudere in tutta fretta il caso Rossi

Il plenum vuole archiviare senza alcun danno la pratica sul procuratore di Arezzo che indagò su papà Boschi

Rischia di finire nella più classica (e ambigua) delle bolle di sapone la pratica che il Consiglio superiore della magistratura ha aperto contro il procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, accusato di presunte incompatibilità tra la sua funzione d’inquirente e un incarico di consulenza giuridica del governo Renzi. È come se ieri, 13 luglio, fosse emersa nel plenum del Csm la volontà politica della maggioranza di chiudere la questione con una fretta a dir poco anomala.

Ad avviare l’inchiesta, il 17 dicembre 2015, era stato il consigliere "laico" del Csm, Pierantonio Zanettin.

Zanettin chiedeva il trasferimento del magistrato, intravvedendo un conflitto d’interesse nel fatto che Rossi, consulente del governo Renzi, fosse allora anche l’unico pubblico ministero a indagare nel crac di Banca Etruria, l’istituto di credito il cui vicepresidente era Pier Luigi Boschi, il padre del ministro delle Riforme Maria Elena Boschi.

In quel momento, va detto, Boschi senior non era nemmeno indagato: lo è stato soltanto dallo scorso 20 marzo, per concorso nella bancarotta dell’istituto di credito.

Il Csm ha incontrato molte difficoltà nell’indagine. Già in gennaio la commissione disciplinare si stava orientando all’archiviazione della pratica, accontentatandosi di un interrogatorio nel quale Rossi aveva dichiarato di non avere “mai conosciuto nessuno della famiglia Boschi”.

Poi, grazie a un’inchiesta di Panorama, si era scoperto che invece tra 2007 e 2014 proprio Rossi, da sostituto procuratore ad Arezzo, aveva già indagato per ben quattro volte su Pier Luigi Boschi (turbativa d’asta ed estorsione), chiedendone ogni volta il proscioglimento.

La “dimenticanza” di Rossi aveva indotto il Csm a riaprire il procedimento e spinto la Procura generale della Cassazione ad avviare un’azione disciplinare.

Da allora, però, l’inchiesta del Csm è andata avanti girando praticamente a vuoto. Fino a metà giugno, quando la commissione ha concordato di chiudere con un’archiviazione la procedura contro Rossi, inserendo però tutti i documenti raccolti su di lui nel suo fascicolo personale (un atto raro, e di significativa severità) e segnalando nuovamente alla Procura generale della Cassazione i suoi comportamenti ritenuti “rilevanti da un punto di vista disciplinare”.

Arrivata ieri al plenum del Csm, la pratica Rossi ha però subito un nuovo, anomalo stop.

Giovanni Canzio, primo presidente della Corte di cassazione, è intervenuto “rimproverando” la commissione disciplinare di eccesso di zelo: avrebbe svolto “un ruolo inappropriato, di tipo investigativo, riservato eventualmente agli organi preposti a un'eventuale apertura di pratica disciplinare”, cioè alla Procura della Cassazione.

Il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo, ha aggiunto che il suo ufficio agisce con "scrupolo sulle delibere del Csm, quindi non mi sembra necessario che nella delibera (su Rossi, ndr) vi siano indicazioni. Quando le carte arriveranno sul mio tavolo, io le valutero'".

Il consigliere togato di Unicost Luca Palamara ha parlato addirittura del “rischio di delegittimazione" del ruolo del procuratore Rossi.

Di fonte a questo fuoco di sbarramento, il plenum del Csm ha così deciso di rinviare la trattazione della pratica Rossi a mercoledì 20 luglio.

Ieri, in aula, il consigliere Zanettin ha definito "surreale e lunare il nuovo rinvio della discussione".

Oggi aggiunge: “Prendo atto che la maggioranza del plenum pare orientata ad archiviare senza rilevi la pratica Rossi. Una conclusione di questo genere, che non tiene conto delle palesi ambiguità e reticenze del procuratore di Arezzo, che anche l’inchiesta di Panorama ha contribuito a evidenziare, rischia di delegittimare il Csm di fronte all’opinione pubblica”.

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