I problemi di Obama in Medio Oriente

La liberazione di Kobane e i numeri sui miliziani jihadisti uccisi dalla coalizione internazionale non eliminano le incertezze sull’esito del conflitto in Iraq e Siria

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Barack Obama e Benjamin Netanyahu – Credits: Getty Imagines / Mandel Gnan

Per Lookout news

La liberazione di Kobane, città curda situata al confine tra la Turchia e la Siria, non elimina le perplessità sull’andamento della campagna militare condotta dalla coalizione internazionale contro lo Stato Islamico in Siria ed Iraq. Né i numeri forniti la scorsa settimana dall’ambasciatore americano a Baghdad, Stuart Jones, sui miliziani jihadisti uccisi finora dai raid aerei (più di 6mila) sono sufficienti per affermare che la guerra in Medio Oriente si sta volgendo in favore dell’Occidente.

 Ripresa Kobane dopo quattro mesi di offensive, al prezzo di centinaia di morti e di una città praticamente rasa al suolo, gli USA proseguono questa guerra con poche certezze sul terreno e senza un piano di lungo termine preciso. Lo Stato Islamico mantiene il controllo su un terzo del territorio siriano e i miliziani al suo servizio, sempre secondo quanto affermato da Washington, si attesterebbero almeno tra le 18mila e le 31mila unità.

 A preoccupare Washington è anche il rapporto controverso con le autorità di Baghdad guidate dal premier Haider al-Abadi. In Iraq gli Stati Uniti continuano a difendere la strategia seguita in questi sei mesi di campagna militare sostenendo che gli attacchi aerei indeboliranno drasticamente a lungo andare le capacità offensive dello Stato Islamico. In queste settimane i raid sono stati intensificati attorno all’area della città di Mosul, capitale irachena di ISIS, permettendo alle milizie curde dei peshmerga di recuperare diverse postazioni. Al momento sarebbero 700 i chilometri quadrati di territorio iracheno riconquistati dalla coalizione.

 

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Eppure le frizioni con il governo di Baghad non mancano, come dimostrano anche i recenti tentativi da parte del capo dei servizi di intelligence iracheni INIS (Iraq National Intelligence Service) Zuhair al-Gharbawi di cercare “nuovi alleati” all’interno del Congresso americano. Al Gharbawi non gode della fiducia della CIA perché ritenuto troppo vicino all’ex primo ministro iracheno Nouri Al Maliki. La CIA diffida inoltre in generale dei servizi iracheni, a cui manca una leadership solida e infiltrati ai loro vertici da membri delle milizie sciite del sud dell’Iraq, tra cui anche elementi di punta tra cui componenti dell’Esercito del Mahdi.

 Con l’obiettivo di stabilire nuovi rapporti con il Congresso, Zuhair al-Gharbawi avrebbe tentato di avvicinare i due nuovi numeri uno delle commissioni di intelligence alla Camera e al Senato, i repubblicani Devin Nunes e Charles Burr. L’avvicinamento per il momento non ha prodotto i risultati sperati da al-Gharbawi. Ma con il Congresso ormai in mano ai repubblicani non è detto che nei prossimi mesi il capo dei servizi iracheni non riesca nel suo intento. Per il presidente Barack Obama sarebbe un altro ostacolo, l’ennesimo, nella gestione di una guerra il cui esito appare sempre più difficile da prevedere.

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