I piedi d'argilla del governo Letta
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I piedi d'argilla del governo Letta
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I piedi d'argilla del governo Letta

Osteggiato dall'opposizione (Berlusconi e Grillo), incalzato dall'interno della maggioranza (Renzi), l'esecutivo Letta-Alfano vivacchia con un programma "a progetto"

 

Il governo Letta? Un governo a progetto. Precario. Il suo programma? Un modo per sopravvivere.

Il programma dopo di tutto. Per la verità, il programma dovrebbe venire prima di tutto. Il programma col quale i partiti si presentano agli elettori e sul quale si viene valutati e votati. Il programma che il capo del governo incaricato dal presidente della Repubblica presenta al Parlamento dopo le elezioni, e sul quale ottiene la fiducia. Il programma che un tempo aveva anche un suo ministro ad hoc, che aveva il compito di verificarne gli stadi di avanzamento, l’effettiva realizzazione (ricordate Claudio Scajola?). Il programma che il premier presenta ai partner europei per ottenere il via libera della Commissione (salvo verifiche), perché risulti in linea con gli obiettivi fissati dai Trattati.

Ma il Programma (con la P maiuscola) è anche quello a cui devono sottoporsi i Paesi in default. La Grecia, l’Irlanda. Il Programma messo a punto da Commissione e Banca centrale europea, la Bce, con o senza la partecipazione del Fondo monetario internazionale, è una forma di sostituto del programma di governo nazionale: l’esecutivo deve adeguarsi e concordare le misure economiche con gli emissari della Troika, per rientrare nei parametri in cambio dei prestiti che avrà ottenuto. Le bacchettate del commissario Rehn all’Italia sono più pertinenti delle rassicurazioni del capo dello Stato.

Ma il programma oggi, in Italia, è anzitutto la foglia di fico del governo per continuare a sopravvivere. Lo è sempre stato. Ogni volta che è mancata a un governo la maggioranza piena sulla quale era nato, ogni volta che si è aperta, più o meno apertamente e formalmente, una crisi, il pretesto per andare avanti è sempre stato il programma. Quanti ne abbiamo subìti? Lo si chiami come si vuole, il programma di governi che non sono espressione diretta e immediata della volontà popolare sono semplice prese in giro.

Roberto Formigoni parla di programma di un anno, laddove il programma non c’è ancora ma la prospettiva temporale di un anno sì. Per fare cosa? E questo proprio nel giorno in cui la Commissione Europea boccia la legge di stabilità, che è il programma dei programmi, l’incarnazione stessa del programma. In passato abbiamo avuto governi di scopo (con programmi finalizzati a obiettivi specifici), governi a tempo indeterminato (programmi aperti e via via rinnovabili) o a tempo determinato (l’orizzonte temporale definisce le cose da fare e non viceversa). Il programma, non il consenso popolare, è alla base dei governi “tecnici”, “del presidente”, “di larghe intese”, oggi “di chiare intese” o come li si voglia chiamare. In ogni caso, si tratta di piccole grandi sospensioni della democrazia popolare. Nessuno può onestamente pensare che il governo Letta privo di Berlusconi e Forza Italia, incalzato da Matteo Renzi tra poco segretario del Pd, stritolato dalle critiche dell’opposizione di destra e sinistra ma soprattutto ambi-sinistra del Movimento 5 Stelle, rispecchi oggi la maggioranza degli italiani.

Dalla padella alla brace, l’Italia rischia di finire dal programma minuscolo al Programma maiuscolo della Troika. E indipendentemente dalla probità e competenza del premier Letta, prorogare un’oggettiva impossibilità di fare le riforme che servono. Nel frattempo potremo gingillarci sull’alternativa peregrina euro sì-euro no. Purtroppo, il governo Letta rischia di essere non un governo a tempo indeterminato né determinato, ma drammaticamente un governo “a progetto”. Con un solo punto di programma: galleggiare. E moltiplicare all’infinito la sua precarietà.  

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