Ha ancora senso il G8?
Ha ancora senso il G8?
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Ha ancora senso il G8?

La formula del summit è ormai esaurita, l'anacronismo evidente: sembra che l'unico argomento di cui sappiano occuparsi i grandi della terra  siano solo loro stessi

 

Paradossale. Ogni volta che si tiene un nuovo vertice del G8, il principale tema di discussione (almeno sui media) sembra essere il G8 stesso: il suo anacronismo, la sua residuale utilità, la sua ragion d’essere. A cosa serve oggi, nell’anno di grazia 2013, che si confrontino tra loro e di persona i leader delle principali economie dell’Occidente (più Giappone e Russia)? Già con la comparsa sulla scena internazionale  del G20 (Washington, 2008), centrato sui temi economici e allargato alle altre grandi economie emergenti o già emerse, sembrava che il G8 dovesse ridursi a un consesso marginale di minore efficacia. Nel pieno della crisi, il G20 di Londra e quello successivo di Pittsburgh ebbero un peso maggiore sulle grandi scelte per fronteggiare la crisi che aveva cominciato a mordere (e non ha ancora finito).

Il G8 è stato a un passo dall’esaurirsi come formula. Oggi il rischio non c’è più. A Lough Erne, nell’Irlanda del Nord, il rito si ripete. Il tema di fondo quest’anno è il lavoro per la costruzione di effettive aree di libero scambio, transatlantica e transpacifica. È anche l’occasione per una raffica di cosiddetti “bilaterali”, i faccia a faccia tra i leader, e per discutere dei temi caldi (che in senso quasi letterale sono quelli relativi a guerre che infiammano paesi come la Siria). Infine il G8 offre di solito un’opportunità di palcoscenico internazionale a fini interni per il leader che lo ospita (nel caso dell’Irlanda del Nord, il britannico David Cameron in drammatico calo di consensi come tanti colleghi in Europa, a cominciare da Hollande) e per i leader nuovi, quelli appena eletti, come il nostro Enrico Letta.

Silvio Berlusconi ha presieduto tre G8 e non c’è possibilità di sbagliare. Berlusconi è solo lui. Ma se il presidente del Consiglio si chiama Enrico Letta, per quanto siano forti le sue competenze europee, non tutti sono tenuti a conoscerlo ed è un modo, per lui, di stringere la mano, guardare negli occhi e scambiare idee con i suoi omologhi. Ecco perché non deve stupire, ma è comunque significativo, che il quotidiano nordirlandese Belfast Telegraph abbia inserito nella carrellata di foto dei partecipanti alla casella Italia non quella di Enrico Letta, ma dello zio Gianni, e scritto che ha 56 anni, un numero a metà tra i 46 di Letta jr. e i ben di più di Letta senior. Infine, il G8 offre un megafono a Ong, associazioni del dissenso e movimenti d’opinione che hanno la fortuna di ritrovare riuniti attorno allo stesso tavolo tutti i loro principali interlocutori-antagonisti.

Ma anche contando relativamente poco e non prendendo decisioni, il G8 mantiene e anzi vede rafforzata (l’idea è sviscerata oggi in un articolo del Financial Times) la sua immagine di direttorio dell’Ovest. In un mondo in balìa di nazionalismi etnico/religiosi e di conflitti regionali che contagiano il tessuto del pianeta, rappresenta la ridotta ultima dell’Ovest. Il fortino dell’Occidente (nel quale ormai è arruolata a pieno titolo la Russia di Putin mentre il Giappone, che è Estremo Oriente, è impropriamente definito Occidente per affinità di sistema economico).

Finito il circo, tutti i leader torneranno a casa. Con qualche grammo di conoscenza personale in più (che non guasta), ma senza aver mutato le sorti della Terra che dipendono ormai da consessi più estesi, comprensivi dei Brics (Brasile, India, Cina e Sud Africa, oltre alla Russia che però è G8). La politica internazionale non la fanno più i pranzi e le cene, ma le borse, le banche, il telefono. Alla fine della fiera, il G8 è solo un evento mediatico, che vive mediaticamente dei dubbi su se stesso.  

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