Guerra al terrore islamico: perché l'intelligence deve cambiare

Che cosa occorre fare per vincere la lunga battaglia contro l'insorgenza islamista

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Gas lacrimogeni contro i manifestanti anti Isis a Istanbul – Credits: AFP PHOTO/ADEM ALTAN

Per Lookout news

L’attacco alle Twins Towers da parte di Al Qaeda l’11 settembre 2001 ha scandito la nascita di una nuova era e da allora gli USA e i suoi alleati sono impegnati in un’ininterrotta guerra contro il terrorismo di matrice islamica che dura da oltre quattordici anni e di cui non s’intravede la fine. Questa guerra senza quartiere e senza confini geografici ha conosciuto il confronto diretto di veri e propri conflitti: in Afghanistan prima, poi in Iraq, quindi come in un macabro domino nella Nigeria dei Boko Haram, in Mali, nella Siria dello Stato Islamico e presto in qualche altro Paese del Magreb.

 A queste guerre si sono collegati i mai risolti conflitti etnici del Caucaso e della Penisola Balcanica. I combattenti barbuti della Cecenia e della Bosnia sono divenuti i comandanti di nuove armate che hanno trovato nell’Islam radicale il collante per un nuovo internazionalismo e nella decapitazione dei prigionieri il macabro messaggio di terrore da lanciare al mondo delle democrazie parlamentari.

 Il mai risolto conflitto intra-islamico tra sciiti e sunniti, alimentato da odi e violenze secolari, ha trovato alla fine la forma di un vero e proprio confronto armato che vede nell’Iran e negli stati del Golfo Persico le grandi potenze regionali che si combattono per interposte fazioni. Ma l’Occidente ha anche conosciuto la faccia meno scontata di questa guerra, cioè gli attacchi nei suoi territori come le stragi sugli autobus e sulla metro di Londra e alla stazione di Atocha, nel cuore madrileno della Spagna.

 La strage di Charlie Hebdo a Parigi e le numerose operazioni di antiterrorismo condotte in molti Paesi dell’UE, alcune con il tragico corollario di morti, indicano in modo inequivocabile che i combattenti islamici sono anche qui. Che in Europa si sono radicati e hanno costruito reti logistiche, ma anche strutture operative capaci di colpire in qualunque momento, causando lutti e terrore.

Siamo preparati a combattere questa lunga guerra contro il terrorismo dell’Islam radicale?

Tra le molte domande importanti che dobbiamo porci in relazione a tutto ciò, ce n’è una particolarmente urgente: siamo preparati a combattere questa lunga guerra contro il terrorismo dell’Islam radicale? E poi, sono capaci gli odierni apparati d’intelligence di adattarsi al nuovo pericolo o sono rimasti fermi agli anni Ottanta, quando fronteggiavano il terrorismo palestinese di Fatah, del Fronte di Liberazione Palestinese e di Abu Abbas? Cosa hanno dedotto dagli attacchi suicidi della Seconda Intifada compiuti da Hamas e dalla Jihad Islamica in Israele?

 Nel terzo millennio, il punto di partenza sono le informazioni e la capacità di analizzare l’imponente quantità di notizie contenute nei big data. Occorre saper cercare e mettere a sistema le informazioni, passare da una gestione artigianale della sicurezza a una sua declinazione scientifica e su questa rimodellare le strutture e i mezzi – purtroppo, scarsi – a disposizione.

 La prevenzione è tanto più efficace, quanto maggiore è la capacità di riscontrare regolarità nei comportamenti dei combattenti islamici dormienti e questa possibilità non è praticabile senza una trasformazione radicale dei metodi d’intelligence.

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