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Grecia sull'orlo del fallimento: tutti gli errori di Tsipras

Indurre false aspettative, parlare di complotto internazionale e non portare a termine le riforme: così la fantasia al potere provoca disastri

L’esempio della Grecia dimostra quali disastri possa provocare la fantasia al potere. In particolare, la fantasia marxista a braccetto col populismo di stampo nazionalista. La Grecia avrebbe potuto benissimo seguire le orme di Paesi come il Portogallo, l’Irlanda e parzialmente la Spagna, che dopo essere entrati nel tanto vituperato “programma”, sotto controllo e guida della Troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Commissione UE) ne sono usciti con successo. Certo, non prima d’aver compiuto parecchi sacrifici e aver subìto un (inevitabile) impoverimento, ma avendo ripreso a crescere e a produrre benessere.

La Grecia aveva fatto grandi progressi con i governi precedenti e la “consulenza” degli esperti della Troika. Aveva ormai un surplus primario, una crescita al netto degli interessi dell’1,5 per cento in progressione prevista negli anni successivi al 3 e al 4.5. Aveva ottenuto importanti commesse soprattutto dalla Cina. E nonostante non avesse (come non ha) un’economia d’esportazione con una sua ricchezza industriale e manifatturiera (l’economia greca rappresenta solo il 2 per cento di quella europea), aveva semplificato e razionalizzato una serie di settori, in particolare pubblici, nei quali i greci avevano per troppi anni vissuto ben al di sopra delle proprie possibilità.

L’austerity non c’entra nulla con le condizioni fallimentari nelle quali i governi greci, uno dopo l’altro, avevano fatto piombare il Paese truccando i conti e mentendo all’Europa. Governi che per motivi elettorali hanno continuato per troppo tempo a dispensare privilegi non più sostenibili. Senza il risanamento, i conti pubblici erano comunque destinati a scoppiare. Ma il “programma” ha permesso alla Grecia di riagganciare un percorso virtuoso. E i risultati si cominciavano a vedere. Il governo Tsipras, in molte sue articolazioni dichiaratamente comunista, ha indotto false aspettative, suggerito ai greci che potevano evitare di pagare subito le tasse in attesa di una rateazione favorevole (con conseguente crollo del gettito), e promesso non solo nuove assunzioni ma ri-assunzioni di personale che era stato tagliato.

Inoltre, la Grecia di Tsipras non ha portato a termine la riforma delle pensioni. Non si capisce perché l’opinione pubblica tedesca, francese o italiana dovrebbe consentire che l’aumento dell’età pensionabile venga diluito alle calende (appunto) greche, quando i tedeschi le riforme le hanno fatte negli anni di Schroeder (socialdemocratico) e l’Italia si trova a dover combattere con il problema degli esodati.

L’altro grande problema è stato l’inaffidabilità di Tsipras e dei suoi ministri, a cominciare da Varoufakis. Inaffidabilità che costa, quando si tratta d’ottenere prestiti (l’Italia è esposta per 40 miliardi), e per la quale i creditori internazionali hanno dovuto imporre ad Atene misure stringenti e automatiche per evitare brutte sorprese in futuro. Quando Tsipras andava a Bruxelles diceva una cosa, ma tornava ad Atene dicendone un’altra: ha minato lui stesso la propria forza negoziale.

I greci, inoltre, si sono convinti che l’uscita dall’Euro sarebbe stata un’opzione realistica e forse auspicabile. Questo spiega fra l’altro l’aumento (record in Europa) delle immatricolazioni di automobili greche nel primo trimestre del 2015, e naturalmente, i prelievi ai bancomat e il drenaggio continuo di risparmio dalle banche ai materassi. Tsipras potrebbe puntare a un accordo in extremis il più conveniente per lui, facendo leva sul fatto che l’Europa ha tutto l’interesse a evitare l’insolvenza greca. Sia per l’eventuale magra mondiale, sia perché la successiva uscita (non automatica) della Grecia dalla moneta comune farebbe dell’Euro non più una divisa irreversibile.

Ma la cosa più imbarazzante e inaccettabile è che la nuova classe politica greca ha propagandato una versione da “grande complotto” di come sono andate le cose. Un rapporto del Parlamento di Atene ha definito “odioso” il debito (ci mancherebbe che un debito non fosse “odioso”), ma soprattutto ha concluso che siccome tutti sapevano che la Grecia non avrebbe potuto onorare gli impegni, il default sarebbe stato deliberato. Cioè frutto di una congiura internazionale delle banche e di certi governi. Ma la realtà è tutt’altra. E raccontare al proprio popolo una verità comoda ma del tutto inventata sarà pure la realizzazione del motto sessantottesco della fantasia al potere, eppure in termini di interesse nazionale è un inganno, una “grande illusione” che peserà sulle vite e le tasche dei greci. Perché i nodi verranno al pettine.

E se anche nell’immediato il fallimento della Grecia potrebbe dare respiro ai conti del Paese (anche perché il debito è più verso istituzioni pubbliche che non privati), con una Paese tornato per colpa di  Tsipras in recessione mentre era in crescita, in pochi mesi il Tesoro greco potrebbe non avere più il denaro per pagare stipendi e pensioni. A quel punto la Banca centrale dovrebbe stampare moneta e Atene ripiomberebbe nella spirale del disastro economico (e sociale). Tutto questo si sarebbe potuto evitare. E non è detto che nei prossimi giorni a Bruxelles si arrivi davvero a un accordo. Fino al 20 luglio, quando scadrà il debito di oltre 3 miliardi e mezzo verso la Banca centrale, staremo sulle montagne greche, più contorte e spaventevoli di quelle russe. 

Le proteste anti austerity del popolo greco

Milos Bicanski /Getty Images
Primo piano sul Che. Atene, 23 giugno 2015
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