Il governo dei pasticci e dei figuranti
PAOLO CERRONI / Imagoeconomica
Il governo dei pasticci e dei figuranti
News

Il governo dei pasticci e dei figuranti

Al nostro Paese non serve confusione ma certezza. Serve un Governo, non un Governicchio

Oramai il coro è unanime. Sia la stampa più ostile al Governo Letta sia quella che tende una mano all'esecutivo, concordano su un fatto: dalle tasse sulla casa passando per la scuola e gli stipendi degli insegnati, fino al superbollo per i Suv, questo è il Governo dei pasticci. Basta sfogliare i giornali. Oggi il Corriere della Sera titola il suo pezzo di apertura "Il pasticcio sugli insegnanti" mentre La Repubblica nel taglio medio della prima pagina parla de "Il pasticcio dei soldi tolti ai prof"; La Stampa a pagina 8 parla di "Tasse sulla casa, pasticcio del governo" mentre il Giornale a pag. 4 ricorda "I pasticci del Tesoro".

Difficile in effetti poter sostenere il contrario. La verità è che per far funzionare questo Paese ci vorrebbe un Governo e non un Governicchio come spiego nell'editoriale del numero 3 di Panorama in edicola da domani, 9 gennaio.

------------

Nel Paese dei figuranti

Ingrati, ecco che cosa siete. Vivete nel miglior Paese governato da occidente a oriente, eppure state lì a lamentarvi.
Ingrati, che non v’accorgete quanti passi avanti ha fatto l’Italia con lo spread sotto i 200 punti o che non date retta al ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni sul calo delle tasse del 2014. Ingratissimi, che non vi esaltate dietro lo straordinario giobbact disegnato da Matteo Renzi per dare lavoro a chi non ce l’ha (ho scritto giobbact invece di job act perché mi ricorda i miei amici emigrati dalla Sicilia a Brooklyn negli anni 80, che storpiavano l’inglese per darsi un tono e dicevano alle madri che avevano trovato «’a giobba», cioè un lavoro, e quelle invece capivano che si erano comprati un giubbotto. Ecco, Matteo me li ricorda tanto).

Siete dei provinciali, dei maledetti provinciali. Perché, per esempio, continuate a lagnarvi per questa storia minima e insignificante delle tasse sulla casa che interessa oltre l’80 per cento della popolazione. Se ne parla solo da 8 mesi e i signori al governo avranno comunicato soltanto una cinquantina di cambiamenti nel frattempo. Cose da niente peraltro: dettagliucci su chi deve pagare, quanto deve pagare e quando deve pagare. Un giorno si chiama Tuc, un altro Iuc, un altro ancora per gemmazione si riproduce in Tari, Tasi e Tares. Nei giorni dispari si paga entro e non oltre il 24 gennaio, nei pari si rinvia a giugno, nei festivi si abolisce. A novembre sarà di un importo minore dell’Imu, a dicembre forse lo stesso, a gennaio la sorpassa e pure di tanto. Con la sorpresa che se si ha la sfiga di abitare in uno dei 2.375 comuni che hanno aumentato l’Imu oltre il 4 per mille, che però nel 2013 non si pagava, bisognerà pagare solo il 40 per cento della differenza tra il 4 per mille e la nuova aliquota.

Non avete compreso? Eppure calcolare la differenza è un gioco da ragazzi: basta rivalutare l’aliquota comunale al valore catastale rivalutato, sottrarre le detrazioni e alla cifra che se ne ricava sottrarre il prodotto della stessa operazione effettuato ad aliquota base e sempre al netto delle detrazioni e alla fine versare il 40 per cento della cifra che viene fuori. Non ci avete capito nulla? Siete ignoranti oltre che ingrati, ecco che cosa siete.

Ma insomma lo capite che lo spread è sceso sotto i 200 punti grazie alla stabilità politica, diamine? Che cosa volete di più? Certo, se Letta e Saccomanni ve la raccontassero tutta e per bene dovrebbero anche dirvi che lady spread è andata giù perché i titoli tedeschi sono diventati assai convenienti in quanto il loro valore è quasi raddoppiato in un anno (dall’1,3 al 2 per cento) e che dal punto di vista pratico non cambia nulla, NULLA, per imprenditori e gente normale. La semplice verità è che lo spread non è sceso per il dissanguamento lento e inesorabile degli italiani di ogni reddito operato dalla tenaglia Monti-Letta: sono stati i titoli tedeschi ad aumentare.

E comunque: spread a 200 o non 200, il tasso per le imprese rimane superiore di oltre un punto e mezzo percentuale tra Italia e Germania, mentre il tasso per i prestiti alle nostre famiglie è più gravoso di almeno un punto rispetto ai tedeschi. E questo succedeva sia quando eravamo brutti e sporchi con lo spread a 300, sia adesso che è sotto 200. In sostanza nessuna impresa verrà a investire in Italia anche se lo spread scendesse a zero. Quello che servirebbe a questo Paese, lo ripeteremo fino alla noia, è certezza fiscale, certezza giudiziaria, certezza sui tempi delle concessioni. Per fare tutto ciò ci vorrebbe un governo, non un governicchio. E soprattutto ci vorrebbero governanti, non figuranti.

P.S. Pier Luigi Bersani ci ha fatto prendere un brutto spavento. Ci siamo sempre rispettati, nonostante coltiviamo idee assai diverse. Gli mando un grande e affettuoso abbraccio, con l’augurio di tornare a incrociare al più presto le lame della polemica.

I più letti