Governo in bilico
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Governo in bilico

Ora il Pd è in una situazione davvero difficile. Matteo Renzi lo sa. E per questo è sempre più insofferente

Dall’8 dicembre, dopo l’avvento di Matteo Renzi alla segreteria del Pd, l’Italia sarà governata dalla maggioranza Renzi-Giovanardi-Formigoni. Un misto tra iperpubblicizzata innovazione e tarda Prima repubblica. Così il sindaco di Firenze, dopo aver rottamato i vari Massimo D’Alema e Walter Veltroni, sarà costretto a governare con i cascami più indigesti della Dc di una volta. Una pena che ricorda la legge del contrappasso di un suo illustre concittadino: inutile dire, infatti, che per lui questa esperienza rischia di trasformarsi in un vero inferno. «Anche perché» osserva a mezza bocca il presidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda, «con l’uscita dalla maggioranza di Forza Italia la maggioranza non sarà più un’esperienza di larghe intese, ma assumerà una forte connotazione politica. Saranno dolori...». Motivo per cui l’insofferenza di Renzi verso l’attuale quadro politico si sta moltiplicando di giorno in giorno.

La richiesta di dimissioni al ministro Anna Maria Cancellieri, il susseguirsi di docce fredde a cui sottopone l’esecutivo, dimostrano che il prossimo segretario ha inaugurato una sorta di strategia dello stop and go che punta a logorare l’attuale inquilino di Palazzo Chigi. È un meccanismo fatale, ineluttabile. «Se questo governo non si tira su» continua a ripetere l’ex dalemiano approdato alla corte di Renzi, Nicola Latorre, «finiamo male. Rischiamo di arrivare al voto indeboliti nel rapporto con un governo guidato dal Pd che non convince. È capitato a Francesco Rutelli con il governo Amato e a Veltroni con Romano Prodi. Per questo capisco le intemperanze di Renzi».

Anche perché, al di là dell’operazione mediatica a favore di Angelino Alfano (promossa dal Corriere della sera e dalla Rai), e della benedizione di Giorgio Napolitano, gli scissionisti del centrodestra non decollano. Né ad aiutare Enrico Letta e a convincere Renzi concorrono i numeri della nuova maggioranza: sei-sette senatori, senza contare i senatori a vita. Tra ministri, sottosegretari e presidenti di commissione impegnati altrove, nel lavoro quotidiano di Palazzo Madama la maggioranza rischia di essere perennemente a rischio. Se poi arrivassero in aiuto una decina di grillini (ipotesi tutta da verificare), il governo Letta sarebbe tenuto in piedi da una sorta di Armata Brancaleone unita da un solo obiettivo: evitare le elezioni per restare il più possibile in Parlamento. In poche parole lo scenario migliore per chi vuole logorare un esecutivo, chi ne fa parte e i leader che lo sorreggono. Cioè per un’opposizione guidata da Silvio Berlusconi e Beppe Grillo.

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