Elezioni 2013: La carta vincente
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Elezioni 2013: La carta vincente
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Elezioni 2013: La carta vincente

C'è un solo uomo in grado di farci uscire da questo pantano: Mario Draghi - tutti gli eletti - lo speciale elezioni -

«…Se le previsioni della non autosufficienza dovessero essere confermate, Bersani, Monti e Berlusconi hanno solo una strada per sopravvivere: dovrebbero avere la maturità di mettere da parte gli odi elettorali e predisporre una base
comune di riforme per affrontare i disagi reali del Paese. Una piattaforma di alcune riforme condivise per far ripartire l’Italia tenendo alta la guardia contro l’Europa dell’austerity voluta dalla Germania».
Editoriale di Panorama, 21 febbraio 2013

Guardare avanti. Imporsi di gestire l’esito del voto per il bene dell’Italia.
Detta così appare un’ovvietà e non sembrerebbe neppure tanto difficile da realizzare. Eppure, come sosteniamo fin dal titolo di copertina, siamo coscienti che quello di Giorgio Napolitano sia un rompicapo in piena regola. Visti i risultati e le non-maggioranze, nessuno dei partecipanti alle elezioni può seriamente rivendicare oggi il diritto di proporsi come possibile presidente del Consiglio. Una soluzione, però, va trovata con questo Parlamento. Che è il Parlamento dei tre blocchi (Bersani, Berlusconi e Grillo) più uno strapuntino (Monti).

Il presidente della Repubblica ha già iniziato le sue consultazioni in via informale prima di avviarle ufficialmente nella seconda metà di marzo. Esponenti di centrodestra e centrosinistra, nel frattempo, convengono sulla necessità di trovare un’intesa su alcuni punti per evitare di tornare a votare nel 2013 avendo ben chiaro il pericolo (la certezza, anzi) di consegnare definitivamente il Paese all’imbonitore Beppe Grillo. Un programma è presto fatto: riduzione delle spese della politica, ripensamento dell’Imu, misure per lo sviluppo, lotta all’evasione fiscale, nuova legge elettorale.

Bene, c’è innanzitutto da trovare una figura autorevole e riconosciuta come tale da Pd e Pdl, che insieme possono dar vita a una straordinaria forza di maggioranza e stabilità alla Camera e in Senato (siamo certi che Mario Monti si unirà ai due poli). Questa figura non deve essere di parte, deve avere standing e credibilità internazionale, deve anche avere l’autorevolezza che gli consenta di battere i pugni sui tavoli che contano in Europa.

Inutile dilungarsi ancora, l’uomo c’è, ha molti altri pregi e il suo nome è Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea.
Ha già dimostrato di non essere un grigio burocrate (vedi gli interventi salvaeuro dell’ultimo anno e mezzo), di saper dettare l’agenda nei momenti cruciali (vedi il programma salvastati), di avere personalità da vendere. Prendete una delle più recenti dichiarazioni, è del 18 febbraio ed è stata pronunciata davanti al Parlamento europeo e potrebbe essere inserita in un programma condiviso da destra e sinistra:

«Quello che bisogna fare è cercare di mitigare gli effetti delle politiche di austerità, visto che il livello delle tasse è già molto elevato nell’eurozona (si legga, in proposito, il commento di Wolfang Münchau a pagina 84, ndr)».

Sappiamo che Draghi è già stato sondato sull’eventualità di essere richiamato in patria e che ha sollevato non poche perplessità. Ma, da straordinario civil servant già impegnato al ministero del Tesoro e in Banca d’Italia prima di
essere eletto alla Bce grazie al sostegno del governo italiano, Draghi sa bene che ci sono momenti in cui si impongono atti di responsabilità davanti ai quali ogni personale ritrosia deve lasciare spazio al superiore interesse del Paese.

Questo è uno di quei momenti.

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