Giustizia addio. Sette giorni nei gironi del Tribunale di Roma

Un cronista ha vissuto per una settimana nei corridoi del palazzo di giustizia della capitale. Per raccontarne il disastro

Credits: di Damiano Groppi

Fabrizio Paladini

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Lasciate ogni speranza, o voi che entrate in un’aula di tribunale. Sarete fortunati non se verrete assolti, se otterrete il giusto compenso richiesto, ma anche se riuscirete a vedere la fine del vostro processo in questa vita. Per arrivare a una sentenza d’appello penale ci vogliono 1.646 giorni, 1.514 per una civile. Più il tempo necessario per ottenere una pronuncia della Cassazione. Complessivamente fanno 7 anni. Venerdì 25 gennaio, come accade da tempo immemorabile, il primo presidente della Corte di cassazione Ernesto Lupo inaugurerà l’anno giudiziario 2013 davanti al presidente della Repubblica. Il giorno successivo toccherà alle singole corti d’appello. Scoppieranno, come sempre, polemiche sui dati del disastro; ancora una volta terranno banco l’estenuante lunghezza dei processi, la loro quantità, le assurde lungaggini burocratiche. Alla data del 31 dicembre 2012 c’erano 3,4 milioni di cause penali pendenti e 5,4 milioni di cause civili. Quasi 9 milioni. E poiché ogni causa coinvolge almeno due persone, si capisce che almeno un terzo della popolazione italiana è interessato alla snervante lentezza della giustizia.

Per «prepararsi» alla stanca cerimonia del 25 gennaio, Panorama ha trascorso una settimana nel Tribunale civile di Roma, il più grande d’Europa. I primi 2 giorni sono serviti quasi esclusivamente per orientarsi in questo autentico inferno, e questo nonostante l’assistenza di più di un Virgilio. Avvocati, cancellieri, giudici, commessi, semplici cittadini vittime di una giungla più intricata di quelle del Sud-Est asiatico. E, proprio come accade in ogni giungla, chi ha più spirito di iniziativa, inventiva, risorse economiche e tecnologiche, sopravvive. Gli altri affogano, risucchiati dalle sabbie mobili della burocrazia, dei cartelli incomprensibili, delle indicazioni fuorvianti, del personale impotente (quando ha voglia di lavorare) e indisponente (quando non ne ha).

Ricordate l’Alberto Sordi di Un giorno in pretura? Non è cambiato molto da quel 1953. Anzi, nel film il pretore Salomone Del Russo, interpretato dal grande Peppino De Filippo, almeno si presentava in udienza con la toga. Oggi, nel tribunale civile della capitale d’Italia, non è raro vedere un giudice senza la cravatta (la toga proprio non ce l’ha nessuno) e negli uffici del giudice di pace c’è chi ha visto un «togato» addirittura in tuta e scarpe da ginnastica.

SE LA FILA RENDE LIBERI
Ma cominciamo dall’inizio. La fila delle anime dannate costrette ad andare all’ufficio notifiche inizia di notte. In realtà l’ufficio apre alle 8, ma se ti presenti a quell’ora i pochi numeretti disponibili sono già stati distribuiti. E allora al di qua dell’Acheronte, che poi sarebbe la sbarra di viale Giulio Cesare, le macchine dei dannati si dispongono in fila già alle 4 del mattino. Sono i ragazzi delle agenzie: giovani pagati (poco) per bivaccare fuori del tribunale e per mettersi in lista. Qui compare per la prima volta «il foglietto». Il primo che arriva prende una pagina bianca e scrive il suo nome. Poi il secondo. Poi il terzo e così via. Alle 8, rigorosamente nell’ordine del foglietto, si varca l’Acheronte e si va all’ufficio notifiche. Lì c’è la distribuzione dei numeretti, una specie di superenalotto: 120 sono riservati agli avvocati, 70 alle agenzie. In pochi minuti i numeri si esauriscono e inizia una nuova attesa.

Quello della fila-fai-da-te è un classico. Davanti a ogni ufficio gli avvocati, i loro praticanti, le segretarie, le agenzie e i semplici cittadini che si illudono con il «faccio tutto da solo» compilano sul foglietto la loro lista. Uno scrive il proprio nome, il numero d’ordine, valuta l’attesa e se ne va a fare un’altra fila. Torna dopo un’ora, appena in tempo per la pratica di turno (l’iscrizione a ruolo, la copia di un decreto ingiuntivo, la copia di una sentenza...).

Va detto che fra i disperati, almeno, vige un rispettoso codice etico e nessuno cerca di fare il furbo. In compenso, nell’era in cui se non hai uno smartphone sei un poveraccio, qui tutto funziona solo su carta, con la lista sul foglietto, senza numeretto elimina-coda che, quando c’è, è rotto. Quando hai finito la tua pratica, cancelli dal foglietto il tuo nome e dici al prossimo: «Tocca a te, abbi pazienza che oggi all’impiegata “je rode”».

VANNO BENE 6 MESI?
Il «ruolo» invece è un foglio molto più pulito e ordinato: qui sono elencati tutti i processi della mattina di ogni giudice. Si fa udienza dalle 9 alle 12, ma il carico di lavoro individuale è impressionante. Il 15 gennaio, per esempio, il giudice Francesca Girone della IV sezione (esecuzioni mobiliari) ha 76 udienze. Il 17 il giudice Maria Cristina D’Angeli ne ha 71. Il 18 gennaio il giudice Luigi Argan ne ha addirittura 113: tutte regolarmente iscritte a ruolo.

Un profano immagina, magari ripensando al film di Steno, il giudice di una volta, con la toga, che discute la causa, con l’imputato. Macché. Pensate al povero dottor Argan che deve esaminare (è, in verità, un verbo assai esagerato) 113 processi in 4 ore: sono 28 ogni ora, cioè 2 minuti e 12 secondi a udienza, altro che Usain Bolt. Pensi: «Non può essere» ed entri nell’aula. Ma il giudice non lo vedi, perché è assediato da decine di avvocati. Sono tutti lì a discutere (anche qui, si fa per dire) le loro cause, e il giudice sembra una dea bendata. Sulla sua scrivania c’è «il mucchio». A Roma viene chiamato così, in gergo, l’insieme dei fascicoli dei processi in discussione quel giorno. L’avvocato sceglie il proprio fascicolo, redige lui il verbale di udienza (il cancelliere non c’è mai) e più o meno ogni volta dice al giudice: «Propongo di fissare una nuova udienza per il prossimo incombente (si chiama così l’udienza istruttoria, ndr), il collega di controparte è d’accordo». E il giudice: «Vanno bene 6 mesi?». E si passa al successivo.

UFFICI APERTI (ANCHE TROPPO)
Al tribunale civile l’accesso è libero. Nessun controllo. Ci sarebbero anche alcuni metal detector, però non hanno mai funzionato e sembrano più un monumento al magistrato ignoto. Chiunque può entrare, non solo nei corridoi. Anche in molti uffici, anche in quelli interdetti al pubblico, come le cancellerie. Qui vengono conservati i fascicoli originali di tutti i processi in corso, divisi per sezione e per giudice cui la causa è stata assegnata. Panorama è entrato nella sezione lavoro dove si discutono, in tempi biblici, licenziamenti, indennizzi, mobbing: primo piano, stanza 205, cancelleria dei giudici Bellini, Belli e Magaldi. Toc toc. Silenzio. Il cronista entra: non c’è nessuno e i fascicoli sono tutti lì. Si potrebbe prendere qualsiasi carta, gettarla dalla finestra, bruciarla, o più semplicemente nascondere sotto il cappotto il fascicolo che interessa. Si potrebbe rallentare ulteriormente la giustizia, danneggiare una azienda o un lavoratore. Nessuno si fa vivo.

Sarà un caso isolato? Macché: stanza 221 (giudici Leoni e Cerroni), stanza 220 (Emili), stanza 224 (Foscolo), stanza 227 (Valle e Vincenzi). Per 2 ore nessuno disturba il cronista intruso. A Napoli hanno appena arrestato 26 tra avvocati e cancellieri che (in cambio di denaro) facevano opportunamente sparire i fascicoli dagli uffici. Qui a Roma si può fare lo stesso, senza spendere un euro.

LA «STAZIONE DEL DOLORE»
In viale Giulio Cesare c’è un posto famoso chiamato «la stazione». È la sala d’attesa della sezione famiglia. Un posto squallidissimo, con il pavimento in linoleum tipo cinema a luci rosse con un po’ di sedie di legno di qualche decennio fa, disposte in fila contro il muro. Qui transitano le coppie in attesa di un’udienza di separazione o divorzio. I coniugi arrivano, ognuno con l’avvocato, pronti a consumare in quei pochi minuti la vendetta, il rancore, la rabbia per la fine di un matrimonio. Alla predominante civiltà fa eccezione, ogni tanto, il risentimento e quindi scoppiano liti, battute pesanti sulla moralità di ex mogli o nuove fidanzate. Gli avvocati di solito tentano la mediazione (a volte anche fisica), ma resta, nella costernazione generale, qualche scena da mercato rionale di cui il pubblico farebbe volentieri a meno.

OPERAZIONE MUCCHIO SELVAGGIO
Parla un cancelliere di una sezione del tribunale (niente nomi): «Qui manca tutto, le penne le portiamo da casa, la carta per le fotocopie pure. Perfino la carta igienica è razionata. La distribuiscono il lunedì e nei bagni è finita già di martedì. Noi ne imboschiamo qualche rotolo per le nostre necessità. Due o tre volte a settimana aspetto le 15 e vado, insieme a qualche collega disperato come me, nelle cancellerie delle altre sezioni, meglio se di un altro piano. Qui scatta l’operazione «mucchio selvaggio». Entriamo e prendiamo quello che ci serve. Ma il vero oggetto del desiderio sono i faldoni, quelle grandi cartelle di cartone dove si archiviano i fascicoli. Li svuotiamo del loro contenuto, lasciamo i fascicoli su un tavolo e ce li portiamo su. Incolliamo un foglio con scritto il nuovo nome della sezione e del giudice e li sistemiamo nei nostri archivi».

INABILE MA ARRUOLATA
In una cancelleria del primo piano serviva un commesso: qualcuno che portasse i fascicoli da un ufficio all’altro. Si dovrebbe fare con un carrello, però i carrelli non ci sono e il trasporto così avviene con le sedie dell’ufficio che almeno hanno le rotelle. Finalmente, dopo lunga attesa, il rinforzo è stato assunto. Ma dopo 2 giorni la ragazza in questione esibisce un certificato medico: lombosciatalgia. Non potrà sollevare pesi, né fascicoli di qualsiasi tipo. La giovane, è ovvio, non può essere licenziata e non può svolgere il lavoro per cui è stata assunta, ma ha una scrivania con un computer. Il suo livello di contratto, però, non le permette di accedere al sistema informatico: il computer è buono solo per andare su Google e giocare al solitario.

RADIO TRIBUNALE
Nel trionfo dell’arte di arrangiarsi c’è una lodevole iniziativa degli avvocati dell’associazione Movimento forense. Si chiama Radio tribunale. Dice Massimiliano Cesali, l’avvocato presidente dell’associazione: «Su Twitter indichiamo la situazione logistica, minuto per minuto, in ogni ufficio: file, pubblicazione delle sentenze... Insomma, cerchiamo di dare una mano ai colleghi (sono 24 mila gli avvocati di Roma, più tantissimi praticanti e segretarie, ndr) e ai cittadini a districarsi in questo inferno che è il tribunale». Radio tribunale ha 2.100 follower, che ogni giorno leggono e scrivono in base a quello che vedono: «Oggi computer rotti, non si riesce ad avere una copia di nulla» avvertivano alle 9 del 18 gennaio. «Ufficio decreti ingiuntivi: è entrato il numero 35 della lista» e così il 36 sa che tra poco tocca a lui. Gli avvocati hanno anche fatto di più: «Quando il presidente dell’Ordine era Antonio Conte, abbiamo assunto sei persone per smaltire le pubblicazioni delle sentenze presso il giudice di pace» continua Cesali. Se oggi stanno pubblicando le sentenze emesse nel giugno 2010, è anche merito loro. Sì, ci sono solo 2 anni e mezzo di ritardo tra l’emissione della sentenza e la sua pubblicazione. Siete ancora vivi?

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