Gaza, la sporca guerra senza vincitori
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Gaza, la sporca guerra senza vincitori
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Gaza, la sporca guerra senza vincitori

La latitanza di Obama e dell'Europa. Il cinismo criminale di Hamas. L'autodifesa necessaria di Israele, che ha dimostrato ancora una volta la propria superiorità militare. A vincere però non sarà nessuno. Perderanno solo i civili

 

Una guerra inutile, tutta politica. Voluta da Hamas, combattuta anche da Israele ma controvoglia. E che fa vittime tra i civili. Una guerra sporca. Una guerra iniziata dalla Striscia di Gaza, dai palestinesi, che però sono i più deboli militarmente. Una guerra che sarebbe stupida se non fosse al contrario furba, da parte di una leadership ideologica che non ha a cuore la vita della propria gente. Una guerra resa possibile dallo stallo di qualsiasi negoziato ragionevole, nel deserto di protagonisti della politica mondiale in grado di imporre la pace (a cominciare dagli Stati Uniti, mai stati così fragili nella loro proiezione internazionale). Una guerra facile da innescare (è “bastato” rapire e trucidare tre ragazzi ebrei che tornavano da scuola, e proseguire nello stillicidio di razzi da Gaza su obiettivi civili israeliani). Inevitabile la risposta di un riluttante Benjamin Netanyahu, che a dispetto della sua nomea conservatrice non è un militare né un militarista, e rischia di vincere la guerra ma di perdere non la pace (che non c’è, né ci sarà), ma il dopoguerra. Perché Hamas resterà al suo posto, reso forte e addirittura rivitalizzato “grazie” allo scontro col nemico storico. Perché i palestinesi continueranno a esser divisi tra Hamas a Gaza e Fatah che amministra la Cisgiordania. E perché nulla sarà cambiato in un contesto che nella sua fluida instabilità non promette nulla di buono, dalla Siria che non produce altro che morti e profughi, alla Libia sempre sull’orlo del disastro finale.     

Da tempo ormai le milizie di Hamas hanno lanciato il millesimo razzo su Israele dall’inizio di questa terza tornata di ostilità dopo quelle del 2008-9 e 2012, ma ancora una volta Israele ha dimostrato la propria indiscutibile superiorità militare. La risposta dei raid israeliani, senza impegno di terra, ha provocato distruzione e morte a Gaza. E come sempre, a morire sono i civili, perché la leadership (se così può definirsi) palestinese della Striscia di Gaza non considera come propria priorità (a differenza di Israele) la vita dei propri cittadini. Donne, bambini, anziani, disabili, malati, abitanti di una porzione di terra tra le più densamente popolate al mondo (1 milione 700mila in 360 chilometri quadrati), continuano a morire sotto i missili a dispetto dei volantini che invitano i residenti a lasciare i quartieri indicati pubblicamente come target dall’esercito israeliano. Si dirà che le famiglie non sanno dove andare. Gaza è un poligono a cielo aperto. Un poligono dal quale partono i razzi, e sul quale si scatena ciclicamente la (legittima) reazione israeliana. Emerge invece sempre di più, come punto fermo della diplomazia regionale, il ruolo stabilizzante del nuovo “uomo forte” del Cairo, il generale-presidente egiziano Al-Sisi. Nella latitanza di Stati Uniti (dopo mesi di fallimentare tentativo di mediazione del segretario di Stato Kerry e retorica inconcludente del presidente Obama), nell’assenza storica dell’Europa (nonostante l’andirivieni di Tony Blair) e nella disgregazione di tutto il quadro regionale di riferimento, non resta che affidarsi all’Egitto, che confina con la Striscia. La soluzione (provvisoria) del conflitto passa di là. Dal Faraone.

Ogni volta dobbiamo rendere grazie all’efficienza del dispositivo di difesa israeliano se la ferocia del risentimento palestinese non basta a cancellare dalle mappe, come vorrebbe Hamas, lo Stato ebraico.  

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