Ferguson: Obama sta tradendo la comunità nera?
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Ferguson: Obama sta tradendo la comunità nera?
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Ferguson: Obama sta tradendo la comunità nera?

Di fronte al cerchiobottismo della Casa Bianca, sono sempre di più coloro che pensano il presidente stia dimenticando le sue origini afro

Barack Obama non ha ancora escluso del tutto la possibilità di una visita a Ferguson, cosa che i leader delle comunità nere stanno chiedendo con insistenza dopo il verdetto del gran giurì che ha scagionato l’agente di polizia Darren Wilson per l’omicidio del diciottenne afroamericano Michael Brown. La comunità ferita e rabbiosa per ora ha ricevuto soltanto una dose della solita, misurata freddezza presidenziale. Inviti alla ricomposizione, ad accettare il verdetto della giuria, al perdono reciproco, al rilassamento dei nervi che in queste notti si protendono pericolosamente: questo è il messaggio di Obama, presidente di tutti gli americani che non vuole apparire come un attivista o avvocato dei diritti civili della comunità afroamericana alla quale pure appartiene.

È questo calcolato distacco che fa imbestialire i guerrieri dei diritti civili scesi nelle strade in un centinaio di città americane dopo che Wilson è stato prosciolto. Come se Obama si rifiutasse di assumere fino in fondo il ruolo di ariete della lotta per l’emancipazione razziale che sembra spettargli per diritto naturale ed elettorale. Il “racial divide” ancora così profondo nell’America di Obama è il cuore della protesta guidata dal reverendo Al Sharpton, che ieri a Ferguson si è improvvisato portavoce della famiglia di Mike Brown. Secondo questa versione, la vicenda prossima è quella di un diciottenne disarmato ucciso in una periferia qualunque d’America, le cause remote sono da cercare nella ferita razziale mai rimarginata. Obama prende tempo e manda avanti Eric Holder, che è a un tempo procuratore generale e coscienza razziale del presidente, quello che esplicita i sentimenti che Obama è costretto a velare per rispetto della natura istituzionale del ruolo.

Per la verità, all’inizio della presidenza Obama è intervenuto in modo più deciso sul tema. Aveva criticato duramente il frettoloso arresto del professore nero Henry Louis Gates, faccenda poi risolta davanti a una birra ghiacciata nel giardino della Casa Bianca con le parti in causa; del diciassettenne Trayvon Martin, ucciso da una guardia giurata in Florida, ha detto che poteva essere lui qualche decennio fa. Il suo uccisore è stato poi scagionato. Al primo presidente nero l’America chiede di colmare un fossato profondo che ancora divide i cuori secondo una linea di demarcazione razziale, eppure Obama è il presidente di tutti, anche di Darren Wilson, l’agente che nella prima intervista dalla tragedia del 9 agosto ieri ha detto che ha agito soltanto per difendersi dall’aggressione del ragazzo, seguendo scrupolosamente il protocollo e se tornasse indietro farebbe esattamente quello che ha fatto quel giorno. Anche se al posto di “Big Mike” ci fosse stato un ragazzo bianco.

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