Esteri

Zimbabwe: ecco che cosa sta succedendo

L'occupazione pacifica dell'emittente televisiva nazionale da parte dei militari potrebbe essere il primo passo verso una nuova era del Paese

Occupazione militare nello Zimbabwe

Alessandro Turci

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Da martedì notte si è aperta la transizione in Zimbabwe. La Rhodesia britannica trasformata nel 1980 da Robert Mugabe appunto in Zimbabwe è stata la massima espressione di un’ideologia, o forse solo di una categoria interpretativa, che prendeva il nome di terzomondismo. Ma nel volgere degli anni dalla “Svizzera d’Africa” il Paese si è trasformato in un incubo totalitario, dove il padre padrone Mugabe ha condotto i giochi fino a poche ore fa. E con lui la sua etnia, gli Shona, maggioritaria nel paese.

Per gli oppositori politici e per le altre etnie, gli Ndebele su tutte, vivere sotto Mugabe è stato un calvario crescente. Il manto di un marxismo-leninismo in salsa etnica si è quindi rivelato un disastro capace di distruggere la florida economia nazionale, compromettendo la stabilità dell’intero sistema che ha avuto sino a ieri nello Zanu-Pf (Zimbabwe Africa National Union, Patriotic Front) la materializzazione del partito-stato.

I tanti dubbi dietro al presunto Golpe

Distrutta l’agricoltura, tramite confische arbitrarie di terre e tenute produttive, al collasso le infrastrutture, l’inflazione è divenuta negli anni iper-inflazione. Eppure Robert Mugabe, 93 anni, si apprestava a essere il candidato unico alle prossime elezioni presidenziali (data prevista estate 2018), che lo avrebbero confermato, grazie ai consolidati metodi antidemocratici, capo dello Stato e delle forze armate per altri cinque anni. Ma ora proprio l’esercito sembra aver preso l’iniziativa. E’ una mossa concordata con Mugabe stesso? Può darsi, dal momento che l’esercito rappresentava sino a ieri l’ultimo baluardo del regime, e vigilava immancabilmente sulle manifestazioni di piazza, per legge proibite ma ormai frequentissime.

I 15 milioni di abitanti convivono con un’economia di baratto, poiché la moneta locale è nulla e al suo posto vige la totale “dollarizzazione” degli scambi.

Disoccupazione e inflazione non sono quantificabili, al contrario della corruzione: per Transparency International lo Zimbabwe è al 154° posto sui 176 Paesi del mondo monitorati.

Nell’ossimoro, riportato dai media, dei militari che occupano pacificamente la sede della televisione nazionale (come se presentarsi in mimetica e kalashnikov sia un gesto di pace…) e informano sulle condizioni di Mugabe, apparentemente in salute e al sicuro, c’è l’assurdo di una svolta politica che sembra tagliare la strada al clan Mugabe, rappresentato dall’attuale First Lady: Grace Mugabe è sudafricana (anche la prima moglie di Mugabe era nata fuori dai confini, in Ghana) ed è l’emblema dei privilegi autocratici del clan dominante.

La First Lasy e la Cina: i ruoli da chiarire

Laureatasi con una tesi fantasma dopo appena due mesi di corso all’Università dello Zimbabwe, Grace guida dal 2014 la lega femminile dello Zanu-Pf, ma sinora si è fatta notare per gli investimenti immobiliari in Asia e le mire sui giacimenti di diamanti, capaci di generare duecento milioni di dollari di valore al mese. Quest’immenso serbatoio di ricchezza personale spiega perché in Zimbabwe il legame tra ricchezza e potere sia inscindibile.

Il conflitto tra Mugabe e i suoi gerarchi riguarda quindi il controllo di un potere economico che ha visto l’arrivo sulla scena, nell’ultimo periodo, di un attore inaspettato: la Cina. che, tramite una joint venture, è diventata infatti nel giro di pochi mesi il principale produttore mondiale di diamanti e influenza il Kimberley Process, cioè l’accordo di certificazione tra i Paesi che estraggono e quelli che commercializzano.

Certo, i diamanti fanno moralmente a pugni con un’economia ridotta a fattore di mera sussistenza. L’opposizione, dal canto suo, è allo stremo, tra repressione e violazione dei diritti umani, e ha sempre avuto in Morgan Tsvangirai (già primo ministro tra il 2009 e il 2013) la propria figura di riferimento. Nomi nuovi potrebbero emergere, come ad esempio quello del pastore Ewan Mawarire, ma ora la parola è all’esercito e al suo capo, Constantino Chiwenga.

In attesa rimangono gli oltre quattro milioni di emigrati in Sudafrica ai quali Mugabe voleva togliere il diritto di voto all’estero, e rimane la “brutale amicizia” (per citare un famoso libro di F.W. Deakin) di Pechino, così lontana eppure così vicina.

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