Yemen tra due guerre: Al Qaeda a sud, gli Houthi a nord

AQAP avanza lungo la costa meridionale avvicinandosi ad Aden. A nord i sauditi intercettano gli Scud dei ribelli sciiti. Tace la diplomazia

YEMEN-CONFLICT

Una fazione armata tribale alleata con il presidente filosaudita in Yemen – Credits: ABDULLAH AL-QADRY/AFP/Getty Images

Rocco Bellantone

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Per Lookout news

Potrebbero essere giorni decisivi per la battaglia nel governatorato di Aden, situato nel sud dello Yemen dove da mesi è confinato il governo del presidente deposto Abdrabbuh Mansour Hadi. I militari dell’esercito yemenita, fedeli al presidente, hanno lanciato un’offensiva nel distretto di al-Mansura contro i miliziani di AQAP (Al Qaeda nella Penisola Araba), sfruttando la copertura aerea degli elicotteri Apache della coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita.

 

Che cosa sta accadendo nello Yemen

Negli ultimi giorni AQAP ha perso in Yemen uno dei suoi principali leader, Jalal Baliedy, capo delle operazioni nella provincia di Abyan, ucciso da un drone americano. Ma il territorio che i qaedisti controllano lungo la costa meridionale del Paese è sempre più ampio e comprende al momento la roccaforte di Mukalla e le città di Zinjibar, Azzan, Shoqra e Ahwar. È un’area importante sul piano strategico poiché dista soli 50 chilometri dalla città di Aden e dall’omonimo golfo dove ogni giorno transitano merci e carichi di greggio diretti verso il Mediterraneo.

 Sempre a sud l’esercito yemenita deve fare i conti anche con cellule legate allo Stato Islamico, che negli ultimi mesi hanno approfittato del caos generato dal conflitto e dell’assenza di un governo centrale per radicare la loro presenza. Una crescita in sordina ma graduale, come dimostrerebbe la notizia secondo cui lo stesso Jalal Baliedy fosse ormai passato nell’orbita del Califfato.

Gli scontri al confine con l’Arabia Saudita
Se a sud lo scontro è con i gruppi jihadisti, il nord continua invece a essere teatro del conflitto con i ribelli sciiti Houthi, appoggiati dalle milizie dell’ex presidente Saleh e sostenuti militarmente dall’Iran. In questo contesto i bollettini di guerra diramati dalle parti in lotta raccontano andamenti del conflitto diametralmente opposti. Gli Houthi continuano a denunciare i bombardamenti sauditi su Sanaa e sulle altre loro roccaforti, raid indiscriminati che finora hanno causato centinaia di vittime tra i civili (nel complesso i morti dall’inizio delle operazioni della coalizione sono circa 8mila).

Mentre i sauditi, con oggettive difficoltà, provano a controbattere alle accuse dichiarando di subire aggressioni nei loro territori situati al confine con lo Yemen. L’ultimo attacco con missili Scud effettuato dagli Houthi contro la base aerea di King Khalid, situata nei pressi della città di Khamis Mushait, sarebbe stato neutralizzato dal loro sistema di difesa dotato di missili Patriot.

L’immobilismo della diplomazia internazionale
Fin qui la guerra. Il resto, vale a dire gli attesi sforzi della diplomazia per porre fine al conflitto, al momento non è pervenuto. A occupare lo spazio mediatico è il silenzio pressoché unanime della comunità internazionale, che esprime preoccupazione per le denunce di Human Rights Watch per i crimini di guerra commessi da sauditi (soprattutto) e ribelli (in parte), preoccupandosi però principalmente di non intralciare più del dovuto i piani dell’Arabia Saudita, alleato nevralgico dell’Occidente per motivi economici così come nel contrasto all’avanzata dello Stato Islamico in Siria e Iraq.

 In questo scenario tornano inevitabilmente a galla gli errori che la comunità internazionale ha commesso nella gestione e nell’accompagnamento della primavera araba yemenita verso un futuro di democrazia che però, di fatto, non si è mai concretizzato. Il primo risale al novembre del 2011, quando l’UE, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si fecero da garanti del passaggio dei poteri da Saleh al suo vice Hadi, concedendo al primo l’immunità in cambio di una silenziosa uscita di scena. Già quello si è rivelato ben presto un accordo che ha tradito le attese del nuovo Yemen, acuendo piuttosto che limare le distanze che allora come oggi separano le varie anime etniche, tribali, religiose e politiche del suo popolo.

La soluzione federale approvata all’inizio del 2014 con la divisione del Paese in sei nuove regioni (Hadramout, Saba, Aden, Al Janad, Azal e Al Hodeida, con uno statuto speciale per la capitale Sanaa), ha avuto l’effetto di scontentare contemporaneamente gli sciiti Houthi del nord e i movimenti indipendentisti del sud. I primi hanno respinto il piano federale poiché esso ha assegnato le aree a prevalenza sciita alla regione montagnosa dell’Azal, povera di risorse e senza sbocco sul mare. I secondi, invece, hanno bocciato il piano considerandolo sbilanciato a favore del nord, che ha conservato quattro regioni federali ottenendo anche gli importanti bacini petroliferi scippati alla regione di Hadramout.

Lo stesso governo di unità nazionale formato da Hadi fino alla rivolta degli Houthi è stato accusato di aver mantenuto troppi legami con gli uomini dell’entourage di Saleh. E mentre Francia e Stati Uniti, rispettivamente responsabili del riassetto politico e militare del Paese, si sono limitati a una miope caccia ai qaedisti dispiegando consiglieri militari e droni, lo Yemen si è sgretolato.

 Lo sviluppo della situazione tra la seconda metà del 2014 e oggi è storia recente. Gli Houthi hanno preso con relativa facilità il potere a Sanaa costringendo Hadi a fuggire a Riad, la stessa città dove qualche anno prima aveva riparato il suo predecessore Saleh. E in questo anno di guerra lo Yemen ha fatto la fine che il suo popolo temeva una volta messi da parte gli entusiasmi della primavera araba, vale a dire finire ostaggio degli interessi delle più potenti potenze regionali: i sauditi sunniti da una parte e gli iraniani sciiti dall’altra.

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