Esteri

Yemen: le conseguenze della carneficina di Sana'a

Il tragico raid aereo sulla capitale da parte delle forze di Riyad azzera lo sforzo diplomatico e irrigidisce i rapporti fra gli "alleati" Arabia Saudita e Stati Uniti

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Redazione

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Bombe che sterminano civili, razzi che sfiorano navi militari al largo delle coste e tutti che negano di aver sparato: è la paradossale situazione registrata negli ultimi giorni nello Yemen, sempre più dilaniato da una guerra civile che dal 2014 a oggi ha portato alla morte di oltre 6.600 persone, oltre a causare milioni di sfollati e mettere in ginocchio la popolazione civile (secondo l'Unicef, un milione e mezzo di bambini sono malnutriti, 370 mila dei quali a rischio della stessa sopravvivenza).

Missili e bombe senza nome
L'ultimo episodio ufficialmente senza responsabili è quello denunciato dal Pentagono, secondo cui una nave della Marina militare americana è stata sfiorata da due missili (lanciati a 60 minuti di distanza l'uno dall'altro), mentre si trovava a 12 miglia nautiche dalle coste del Paese in guerra.

 


Sempre secondo il Pentagono, i due missili - finiti in acqua senza colpire l'imbarcazione - sono stati sparati dal territorio controllato dai ribelli sciiti Houthi, appoggiati dall'Iran e insediati nella zona settentrionale del Paese, che hanno però subito smentito di aver sparato.

Così come la coalizione guidata dall'Arabia Saudita, che controlla invece la zona meridionale e appoggia il presidente Abdrabbuh Mansour Haddi, ha inizialmente smentito (salvo poi annunciare l'apertura di un'inchiesta) di essere responsabile del ben più grave - in termini di bilancio - raid aereo che nei giorni scorsi ha causato a Sana'a, la capitale finita in mano agli Houthi, la morte di più di 140 civili e il ferimento di altri 600, la maggioranza dei quali stava partecipando ai funerali del patriarca di una delle più eminenti famiglie della città.

Un appoggio... condizionato
Proprio il secondo episodio pare però preoccupare maggiormente Washington, a dispetto del sostegno che gli Stati Uniti stanno dando dall'inizio del conflitto alla coalizione saudita, appoggiata in questi anni con un'ingente fornitura di armi, inclusa quella da un miliardo e mezzo di dollari recentemente approvata a dispetto dell'opposizione di una dozzina di membri del Congresso.

Un appoggio, quello americano alle forze saudite, che alla luce di quella che è già stata ribattezzata dai media "la carneficina di Sana'a", appare oggi ancora meno incondizionato di prima: "La cooperazione tra gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita per la sicurezza non è un assegno in bianco", ha ad esempio affermato al riguardo Ned Price, portavoce del National Security Council.

Di nuovo due Yemen?
In precedenza, lo stesso presidente Barack Obama aveva più volte ripetuto che le armi non erano la soluzione al conflitto, che rischia ora di diventare ancora più sanguinoso di quanto già non fosse, all'insegna di un desiderio di vendetta che lascerebbe sempre meno spazio a possibili soluzioni diplomatiche.

Tra le quali si è fatta spazio nell'ultimo periodo quella caldeggiata dagli Emirati Arabi Uniti, che - proprio come prima della riunificazione del 1990 - prevede una divisione del Paese in Yemen del Nord (con capitale Sana'a e sotto il controllo degli Houthi, alleati con le forze dell'ex-presidente Ali Abdullah Saleh) e Yemen del Sud, con capitale Aden e sotto il controllo del governo di Abdrabbuh Mansour Haddi, ufficialmente riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto appunto dall'Arabia Saudita.

Anche se l'impressione di diversi analisti al di qua e al di là dell'Oceano è che le bombe sganciate su Sana'a abbiano orribilmente mutilato non solo centinaia di corpi, ma anche qualsiasi processo finalizzato a una possibile conclusione del conflitto.

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