Esteri

Yemen, l’ennesimo fallimento della diplomazia

Gli Houthi controllano l’aeroporto di Taiz, mentre i sostenitori del presidente Hadi sono asserragliati ad Aden: lo Stato rischia di essere annientato

I ribelli sciiti in festa a San'a'

20 gennaio 2015. A Sana'a, nello Yemen, un soldato dell'esercito nazionale fedele al movimento dei ribelli sciiti Houthi partecipa a una manifestazione per celebrare la sconfitta dei rivali sunniti. – Credits: EPA/YAHYA ARHAB

Di Marta Pranzetti per Lookout news

Precipita la situazione in Yemen. Dopo la strage di venerdì 20 marzo provocata da attentatori suicidi in due moschee sciite a Sanaa (142 morti e oltre 300 feriti), domenica 22 marzo i militanti Houthi hanno preso possesso dell’aeroporto di Taiz, terza città del Paese, situata 300 km a sud della capitale. La popolazione di Taiz, quasi interamente sunnita, è scesa in strada per protestare contro l’avanzata sciita e la presenza di milizie Houthi in città. Secondo testimonianze locali un manifestante sarebbe stato ucciso e cinque altri feriti durante le proteste.

 Taiz rappresenta un avamposto strategico verso la città di Aden (200 km a sud-est di Taiz), dove ha ripiegato il presidente Hadi dopo la sua fuga da Sanaa lo scorso febbraio. La sua conquista da parte degli sciiti rappresenterebbe inoltre un passo importante in direzione dello stretto di Bab el-Mendeb – situato nell’estremità occidentale dello Yemen verso il Corno d’Africa – il che potrebbe mettere a rischio la praticabilità della navigazione internazionale impedendo l’accesso delle navi al Mar Rosso e, più a nord, verso il canale di Suez.

 In risposta alle operazioni militari sciite a Taiz – secondo fonti locali, gli Houthi hanno stabilito posti di blocco a Naqil al-Ibel e al-Rahida (a sud rispetto a Taiz) – le forze fedeli al presidente Hadi, sostenute da leader tribali e dai comitati popolari (si tratta di fatto di squadre paramilitari) si sarebbero asserragliate a difesa della città di Aden. Altri scontri hanno coinvolto nello scorso week end la località di Al Qania, nella provincia di Mareb a est di Sanaa. Sei capi-tribù sunniti sarebbero rimasti uccisi in scontri a fuoco con miliziani sciiti nel tentativo di bloccarne l’avanzata.

 

Naufragati i tentativi di mediazione ONU
L’iniziativa a sostegno del dialogo nazionale finora patrocinata dalle Nazioni Unite sta pertanto mostrando tutta la sua fragilità. Ininfluente il paragone con Siria, Libia e Iraq che l’inviato ONU Jamal Benomar ha paventato durante l’ultimo vertice del Consiglio di Sicurezza sulla crisi yemenita del 22 marzo. Un paragone scontato e oltremodo tardivo per un Paese estremamente vulnerabile in quanto esposto da tempo alle dinamiche del conflitto interconfessionale, delle tensioni separatiste interne e della minaccia terroristica jihadista: situazioni che non sono nemmeno una diretta conseguenza del crollo del potere centrale in Yemen ma che il vuoto istituzionale ha certamente acuito.

 

Così, mentre l’Alto Comitato Rivoluzionario (la suprema entità politico-militare degli Houthi) sollecita la “mobilitazione generale”, il presidente Hadi invoca l’intervento del Consiglio di Sicurezza chiedendo l’imposizione di una no-fly-zone sulle aree controllate dagli Houthi. E risponde all’appello sciita intimando all’esercito di ignorare qualsiasi direttiva proveniente da Sanaa e promettendo di ripristinare la bandiera della Repubblica Yemenita anche sui monti di Maran ( bastione della ribellione sciita a Saada, nel nord del Paese).

 

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La preoccupata mediazione del GCC
Come era prevedibile, la dirimpettaia Arabia Saudita non resta a guardare. Sabato 21 marzo Re Salman ha accolto nel palazzo reale di Al Ouja a Diriya (subito fuori Riad) i rappresentanti di Emirati Arabi, Kuwait, Qatar e Bahrain: per lo più ministri della Difesa e dell’Interno, con i quali è stato fatto un punto sulla sicurezza del Golfo relativamente alla degenerazione della crisi yemenita.

 Un vertice ufficiale del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) sullo Yemen, previsto a Riad (o forse Doha) con la partecipazione di delegazioni yemenite, sarebbe inoltre in programma già da qualche settimana. Nonostante l’apertura degli Stati del Golfo alla partecipazione dei rappresentanti Houthi, Ansarullah (il movimento armato della comunità sciita) nei giorni scorsi avrebbe già declinato l’invito.

Se una mediazione risultasse impossibile anche da parte degli Stati del Golfo, resterebbe aperta l’ipotesi di un intervento militare del Peninsula Shield Force (le truppe di difesa del GCC, già intervenute in Bahrain nel marzo 2011 durante le sommosse popolari portate avanti principalmente dalla comunità sciita). Con le sue 40mila unità e una base permanente nelle provincia orientale dell’Arabia Saudita, il corpo di protezione del Golfo è già stato allertato. E lo scorso 22 marzo il nuovo ministro degli Esteri yemenita, Riyadh Yassin, ne ha chiesto l’intervento per porre un freno all’avanzata sciita in Yemen.

 

Le implicazioni della presenza di ISIS in Yemen
L’attivismo di Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) e dei suoi affiliati yemeniti (Ansar Al Sharia), che contrasta la presenza sciita nel territorio nazionale, è un elemento già drammaticamente noto dall’escalation di attentati che tra ottobre e novembre del 2014 hanno scosso il Paese. Adesso però, con l’ultima strage del 22 marzo che ha colpito le mosche sciite di Badr e Al-Hashush a Sanaa, apparentemente rivendicata da un affiliato dello Stato Islamico in Yemen, potrebbero cambiare le carte in tavola.

 Sebbene il legame non sia ancora confermato – e anzi la Casa Bianca smentisce il coinvolgimento di IS in mancanza di prove e sostenendo che i comunicati jihadisti relativi all’attentato potrebbero essere solo pura propaganda – non è escluso che gruppi armati locali possano puntare (o aver puntato) all’affiliazione con il Califfato di Al Baghdadi, che attualmente funge da cassa di risonanza per qualsiasi organizzazione jihadista che si dica in qualche modo collegata a ISIS.

 Che lo Stato Islamico cerchi l’espansione territoriale (che passa anche attraverso i giuramenti di fedeltà di gruppi militanti operativi fuori dal teatro siro-iracheno) come giustificazione della sua missione e come strumento di propaganda è comprensibile. Ma un conto è l’emulazione e un altro invece l’effettiva sussistenza di legami operativi tra gruppi terroristici yemeniti e lo Stato Islamico.

 Gli Stati Uniti e la comunità internazionale dovrebbero forse riconsiderare le strategie di contenimento di ISIS in Siria e Iraq, includendovi anche lo Yemen che, dopo la Libia, rappresenta il prossimo Paese ad aggiungersi alla lista dei failed-State sorti dalle ceneri dei regimi caduti dopo le primavere arabe.

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