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Esteri

Yasser Arafat, dieci anni dopo

l'11 novembre 2004 si spegneva a Parigi uno dei leader più amati e odiati del dopoguerra: le foto e la biografia

In tutto 40 anni. Tanti ne passarono dalla sua nascita al Cairo il 24 agosto 1929 fino alla sua nomina alla testa dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), la coalizione di gruppi palestinesi che contribuì a fondare nel 1964 assieme, tra gli altri, ad Abu Mazen. Ma i suoi primi passi sulla scena di quella che allora era definita la Palestina britannica li mosse mentre imperversava la guerra in Europa, nel 1944, quando prese parte a un traffico di armi contro il mandato di Sua Maestà, odiato dagli uni (i sionisti) come dagli altri (gli arabi-palestinesi). Quattro anni dopo scoppia la guerra arabo-israeliana, dalla quale nascerà lo stato di Israele. Lo studente universitario di ingegneria all'università del Cairo lascia gli studi per combattere al fianco delle milizie della Fratellanza Musulmana, l'unica organizzazione che allora, con sede in Egitto, si batteva contro i sionisti. Alla fine della crisi di Suez del 1956 furono espulsi i combattenti palestinesi e Yasser, grazie alla laurea in ingegneria, ottiene il visto di lavoro per il Kuwait. È qui che riunisce gli esiliati palestinesi e fonda Al-Fatah, l'organizzazione orincipale che diede vita all'Olp. 

 

Con Fatah la questione palestinese devia dalla tradizione politica del panarabismo, ponendo tutte le azioni a favore della liberazione della Nazione palestinese contro la colonizzazione israeliana. Fatah era una forza indipendente di fatto dagli altri stati arabi nemici di Israele. Con la nascita dello stato di Siria, Fatah organizza la lotta armata, trasferendosi sul territorio ai confini con Israele e comincia una serie di raid in territorio israeliano ai quali parteciperà anche lo stesso Arafat. Poco più tardi il leader palestinese sarà arrestato in Giordania, incarcerato e inizialmente condannato a morte. Graziato in seguito dal presidente Jadid, Arafat ritorna attivo alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni del 1967. La sconfitta egiziana nel conflitto di fatto fu un vantaggio per Fatah, che divenne la principale realtà di attrazione per i militanti anti-israeliani che avevano perso la guerra del 1967. 

Dai Territori Occupati Fatah iniziò a colpire con regolarità le forze israeliane, che nel 1968 attaccarono gli accampamenti di Fatah in territorio giordano nella battaglia di Karameh. Nonostante le gravi perdite dei guerriglieri, gli israeliani furono costretti a tornare sulle loro posizioni. La leadership di Arafat si era consolidata definitivamente.

Quando Fatah venne alle armi con lo stato di Giordania, fu perché di fatto aveva creato uno stato nello stato, al quale il Re Hussein rispose con la repressione armata. Fu nel 1970 che Arafat e la sua organizzazione si spostarono in Libano, allora uno stato politicamente debole, e ripresero l'attività terroristica che culminerà nei famosi fatti del gruppo "Settembre Nero". Il primo il dirottamento del volo Sabena sull'aeroporto Ben Gurion e l'uccisione di 24 civili. Subito dopo durante le olimpiadi del 1972 a Monaco di Baviera il gruppo terroristico filopalestinese rapisce e uccide 11 atleti israeliani. Dopo questi massacri Arafat fu costretto a reprimere il gruppo responsabile degli eccidi, ma di li a poco Fatah sarebbe stata coinvolta nella guerra in Libano, dai cui confini Arafat sarà costretto a fuggire per rifugiarsi in seguito a Tunisi.

 

Gli anni '80 sono quelli della Prima Intifada, della rivolta dei Palestinesi nelle strade a colpi di molotov e fionde. Dalle strade di Gaza, alla fine del decennio, stava invece nascendo Hamas, che inizialmente gli israeliani contribuirono a finanziare - commettendo un imperdonabile errore - per togliere il terreno sotto i piedi all'Olp di Arafat. La svolta diplomatica di Arafat si sviluppa in quei mesi, fino al riconoscimento dello Stato di Israele contenuto nella risoluzione ONU numero 242. L'ultima crisi diplomatica legata al nome del leader dell'OLP venne in occasione della prima guerra del Golfo, quando Arafat appoggiò l'invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Oltre a inimicarsi gli Stati Uniti, questa posizione finì per alienare le simpatie degli stati arabi produttori di petrolio.

Tuttavia il leader palestinese non smise di negoziare con Israele. Le trattative portarono agli Accordi di Oslo del 1993 in cui era riconosciuta l'Autorità Nazionale Palestinese, che avrebbe governato una nuova realtà indipendente nelle zone evacuate dagli israeliani.  Il leader OLP divenne primo ministro dell'Autorità, oltre che presidente del comitato finanziario palestinese. Istituì il corpo di polizia palestinese, per gli abusi del quale fu in seguito accusato da Amnesty International. Con l'elezione in Israele di Benjamin Netanyahu i rapporti con l'OLP deteriorarono, tanto che Clinton intervenne per la riapertura del dialogo, culminato nel summit di Camp David del 2000, tra Arafat e il successore di Netanyahu, Ehud Barak. L'offerta israeliana del controllo progressivo dei Territori, di Gaza e dei 3/4 di Gerusalemme antica fu respinto da Arafat, che fece di fatto precipitare gli eventi nella Seconda Intifada. L'elezione di Ariel Sharon e l'appoggio a quest'ultimo di George W. Bush eclissarono la posizione centrale di mediatore del leader palestinese, mentre si moltiplicavano gli attacchi suicidi e i raid israeliani. Confinato a Ramallah, Arafat fu isolato politicamente negli ultimi anni. Nel 2002 gli fu permesso di lasciare il suo quartier generale che fu in seguito demolito dai bulldozer israeliani. Anche le voci su presunte operazioni finanziarie torbide e uso degli aiuti internazionali per l'acquisto di armamenti accompagnarono gli ultimi giorni del leader dell'OLP, che si spegne a Parigi l'11 novembre di dieci anni fa, dopo alcuni giorni di coma, probabilmente a causa di un avvelenamento da polonio comminato da una spia di Israele all'interno del palazzo della Muqata a Ramallah.

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