Voto di midterm: Obama teme l'october surprise

Far saltare le leggi verdi e l'Obamacare: la strategia del Gop in vista delle elezioni di metà mandato

Obama

Il presidente americano Barack Obama – Credits: EPA/MICHAEL REYNOLDS

Mattia Ferraresi

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Nella politica americana il mese del rischio è ottobre, periodo di scandali ben congegnati e fatti esplodere a orologeria, la “october surprise” che cambia la dinamica elettorale e fa saltare i conti nelle elezioni che si tengono – come da dettato costituzionale – il primo martedì di novembre. Non siamo a ottobre, dunque la “surprise” di queste elezioni di medio termine non si è ancora vista, e i democratici stanno lavorando, in modo alacre e silenzioso, per ridurre al minimo il rischio che arrivi. Al momento i repubblicani hanno la maggioranza alla Camera, mentre i democratici detengono il Senato, spartizione che ha contribuito ad alimentare un clima di litigiosa inefficienza nel sistema legislativo americano.

Il Congresso è percepito come una delle istituzioni più disfunzionali d’America, simbolo di tutto ciò che ostacola la crescita del paese. Come quattro anni fa – e contrariamente alle elezioni presidenziali – in questa tornata sono i democratici a doversi difendere dall’attacco repubblicano. Il Gop vede la possibilità di strappare al partito di Obama la maggioranza al Senato, anche se con ogni probabilità non riuscirà comunque ad arrivare al numero magico di 60 senatori, la soglia della maggioranza qualificata che permette di passare leggi senza l’aiuto dell’opposizione. Nel “midterm” si rinnova l’intera Camera (435 seggi) e 33 dei 100 seggi del Senato. La geografia dello scontro dice che in giro per il paese ci sono nove sfide contendibili alla camera alta, sette delle quali vedono protagonisti senatori democratici con sedie traballanti. Ottenere la maggioranza è un obiettivo credibile per i conservatori. Così come lo è allargare quella alla Camera, doppiando lo strepitoso successo di quattro anni fa, quando a tirare la volata elettorale c’era la forza dirompente del Tea Party.

La destra non sta lavorando a una rivoluzione, ma a un cambio di vento che può far male a Obama negli anni in cui si decide della sua “legacy”, il posto che occuperà nella storia

Quell’energia si è poi dispersa o è stata assimilata nei ranghi del partito, che ora si presenta alla sfida con il chiaro intento di serrare i ranghi ed evitare clamorosi errori. Il partito repubblicano sta attraversando una profonda crisi d’identità ed è logorato da una lotta intestina fra l’anima libertaria e l’establishment che tutela lo status quo, tanto che non si sa più se il partito farà campagna sulle questioni etiche, da che parte esattamente stia sull’immigrazione, se sia interventista o isolazionista in politica estera. È un movimento dalle molte anime che cerca di presentarsi in qualche modo coeso per non perdere la chance di rovinare, per quanto possibile, la coda della presidenza Obama.

Realisticamente con un successo al “midterm” (ma senza arrivare a quota Sessanta) il Gop può ambire a mettere Obama all’angolo sulle leggi “verdi” (controllo delle emissioni di Co2, costruzione dell’oleodotto Keystone dal Canada al Texas), forzarlo ad abbandonare alcuni dispositivi dell’Obamacare, dettare le priorità di bilancio e magari sponsorizzare una legge sull’immigrazione che certo scontenterà qualcuno anche a destra. La destra non sta lavorando a una rivoluzione, ma a un cambio di vento che può far male a Obama negli anni in cui si decide della sua “legacy”, il posto che occuperà nella storia.

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