Alessandro Turci

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I militari israeliani lo chiamano “walking in the bubble”, camminare nella bolla. È la ronda, lentissima e irreale, per lo stretto suk di Hebron tra la folla araba che si scansa al millimetro e si richiude alle spalle del drappello. La pattuglia procede lentamente, il colpo caricato in canna e il dito sul grilletto, una coltellata anonima sempre in agguato. È una scena muta, che si ripete più volte al giorno da anni nel centro di Hebron, Settore H2, l’avamposto dell’odio israelo-palestinese.

L’UNESCO, l’ha appena dichiarata Patrimonio dell’Umanità. Israele e Stati Uniti contrari, la decisione sancisce la definitiva rottura tra l’Agenzia e Tel Aviv. Inutile girarci attorno, la designazione è una strategia diplomatica per infiltrare un cuscinetto di soccorso ai palestinesi di Hebron secondo un disegno per osmosi così concepito: la protezione del sito sarà la protezione della comunità.

Cos'è Hebron

Ma cos’è Hebron? Un’enclave ebraica nel cuore dei Territori o un’enclave araba circondata da coloni radicali ai quali Tsahal, l’esercito israeliano, garantisce protezione assoluta disegnando, col suo massiccio dispiegamento, la nuova geografia della Cisgiordania? In H2 vivono 30 mila palestinesi e poco più di 500 coloni israeliani. A protezione di poche famiglie, migliaia di soldati.

Divisa in due settori – H1 palestinese e H2 israeliano – Hebron incarna tutte le contraddizioni del conflitto. Sacra per entrambe le religioni, di sacro nella sua vita quotidiana non ha nulla. Di sacrilego tutto.

Quando la ronda è passata, i palestinesi di H2 tornano alle loro occupazioni: sulla loro testa è onnipresente la rete metallica di protezione. I coloni dai piani alti dei palazzi lanciano pietre, lattine, uova, liquidi. Ci si abitua anche a questo sfregio. Come agli isolati deserti e ai negozi chiusi per sempre.

Per raggiungere i rispettivi luoghi sacri, che poi sono la medesima Tomba dei Patriarchi, gli ebrei accedono (via autostrada esclusiva da Gerusalemme, 30 chilometri direzione sud) a una zona bonificata e presidiata da militari e dallo Shin Bet, mentre i palestinesi devono passare dal check-point permanente alla fine del suk.

L’esercito è chiamato a fare da arbitro, senza entusiasmo, sentimento sconosciuto a Hebron. È vero che Tsahal cerca di affidare le pattuglie ai militari più coscienziosi, a quelli che non cadono alle provocazioni, ma la situazione è talmente compromessa, il computo dei torti subiti e inferti così vasto, che tutto confluisce nel comune odio indifferenziato.

La decisione dell'UNESCO

La scelta dell’UNESCO è controversa perché, come diceva Jean-Paul Sartre, non si possono tracciare linee dritte in uno spazio curvo. L’obiezione israeliana è sensata, ma tardiva. Visto nell’insieme Hebron è un susseguirsi crescente di piccoli ghetti – mentali e fisici - contenuti in uno sempre più grande, che alla fine coincide con una terra frammentata in labili aree amministrative, aperte a scorribande e ritorsioni reciproche.

La decisione, a scrutinio segreto, dell’UNESCO è una di queste. Perché non ammetterlo? È un messaggio dato a Israele in un linguaggio, quello del più forte, che spesso Israele ha per primo fatto valere, e proprio qui a Hebron, in maniera unilaterale. Se Tel Aviv lo leggerà come una ritorsione della diplomazia internazionale, sarà nuova benzina sul fuoco. Se invece lo prenderà come un messaggio a lento rilascio, da metabolizzare e collocare in prospettiva, si aprirà forse lo spazio per il dialogo.

Al momento, è la storia cisgiordana a dircelo, le forzature portano a rivalse e i torti innescano escalation. Nessuno crede nel dialogo a Hebron, non chi ci vive, non chi l’ha visitata, non chi ci è morto.

L’UNESCO, paludato club di eleganti archeologi cosmopoliti, ha gettato una testa di ponte a Hebron. Vedremo se servirà per costruire una pace che qui nessuno vuole davvero.

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