Esteri

A Minsk va in scena la psicodiplomazia di Putin

Ecco perché l’accordo per fermare gli scontri in Ucraina non può essere considerato risolutivo

Ukraine peace negotiations in Minsk

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Nulla di fatto a Minsk, in Bielorussa. Anche se un documento comune fissa dal 15 febbraio prossimo un cessate-il-fuoco, si può affermare che l’accordo vero per fermare gli scontri nel Donbass, la regione orientale dell’Ucraina dove si combatte una guerra civile che ha già fatto quasi seimila morti, si sta risolvendo come si risolse il precedente incontro del settembre scorso (sempre a Minsk), cioè con un documento iniquo e non risolutivo dopo la riunione fiume tra il presidente russo Vladimir Putin, Angela Merkel, Francois Hollande e Petro Poroshenko, il presidente ucraino, durata tutta la notte. Accordo alla fine riconosciuto e firmato anche dai ribelli filorussi.

 

 

Germania, Francia e Ucraina hanno tutto da perdere da questo vertice, mentre il Cremlino sa che, in fondo, Mosca non rischia più di quanto non stia rischiando già. Convitato di pietra sono gli Stati Uniti, altro player centrale nella partita di Euromaidan, che spinge per il riarmo di Kiev e preconizza uno scenario di escalation, fino alla vittoria finale contro le forze ribelli filorusse, colpevoli di volere piena autonomia federale. 

Gli Stati Uniti hanno tracciato la loro linea a prescindere: “forniremo armi a Kiev”. Il comandante delle truppe Usa in Europa, generale Ben Hodges, questa mattina aveva annunciato, tanto per chiarire la posizione di Washington, che già da marzo i militari americani addestreranno l'esercito ucraino. Comunque vada.

Ma se Barack Obama è un giocatore di poker e dunque azzarda e si arrischia nella destabilizzazione dell’Europa Orientale, Vladimir Putin è invece un giocatore di scacchi e insegue lo “Zugzwang” ovvero quella situazione in cui il giocatore avversario non può più fare alcuna mossa valida senza subire danni. Quella mossa Putin ancora non l’ha trovata, ma di certo la sua strategia sinora si è dimostrata valida.

Le richieste di Mosca

Mosca chiede che si riconosca un’Ucraina federativa in cui ciascuna regione abbia le proprie larghe autonomie, ma soprattutto pretende che Kiev non entri né nella Nato né nell’area di libero scambio con l’Unione Europea. E con la guerra che infuria, tenere sotto scacco un Paese debole come l’Ucraina non è poi così difficile. È anche per questo che Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, afferma in questi minuti che ci sono “progressi” nei colloqui. Dunque, per il momento vince la psico-diplomazia di Vladimir Putin che, per quanto minacciato da più parti e sotto stress per la congiuntura economica certamente non positiva della Federazione Russa, scarica tutte le responsabilità di un eventuale fallimento sulla cancelliera tedesca e sul presidente francese, succubi e diplomaticamente impotenti come in molte altre precedenti occasioni. 

In ogni caso, se da questo vertice non si poteva certo pretendere una Yalta che ridefinisse i confini europei e le zone d’influenza tra Est e Ovest, tuttavia il mondo - e gli ucraini in particolare - qualcosa di più lo pretendevano. Domani, intanto, Petro Poroshenko è stato invitato dal presidente polacco del Consiglio europeo, Donald Tusk, al vertice dei leader europei a Bruxelles, dove il presidente ucraino riferirà circa gli esiti del colloquio di Minsk, di fronte a una platea solidale e compiacente.

I temi di discussione

Tra i punti discussi dal blocco Parigi-Berlino-Kiev con Mosca, ci sono: l’istituzione di un’ampia zona demilitarizzata, l’immediato cessate-il-fuoco, lo scambio di prigionieri, l’amnistia per i combattenti, lo status speciale per le regioni separatiste. Uno dei punti più controversi è invece quello relativo alla presenza di osservatori Osce o di altre forze di pace nelle zone di guerra. Una presenza internazionale cui affidare il compito di monitorare la situazione da qui ai prossimi mesi sarà di difficile digestione per Mosca.

Ma tutto questo, in fondo, era tristemente prevedibile e c’è piuttosto da chiedersi quanto ancora i leader mondiali intendono far prevalere le proprie ragioni geostrategiche sulla pelle dei cittadini ucraini. La guerra civile potrebbe adesso congelarsi così come surriscaldarsi improvvisamente, senza che nessuno abbia messo davvero la parola “fine” a uno dei capitoli più tristi per la diplomazia internazionale del nuovo millennio.

Del resto, la situazione è in stallo non solo in Ucraina ma anche in Siria e in Iran (e in parte anche in Grecia). Tutti fronti dove, a ben guardare, si scontrano due opposte visioni del mondo e dove confinano idealmente i due Paesi che hanno il più grande arsenale bellico al mondo. Stati Uniti e Russia. Come prima, più di prima.

Fin dove può spingersi la Russia
 
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