UPDATE: La corte suprema del Venezuela rivedrà la sua decisione di esautorare il Parlamento, controllato dall'opposizione dal dicembre 2015, e di privare i deputati dell'immunità: è questo il risultato di un accordo tra le principali istituzioni del Paese, sollecitato dallo stesso presidente Nicolas Maduro che ha detto di non esser stato informato dell'iniziativa, dopo il diluvio di proteste interne e internazionali.
Maduro non ha però perso l'occasione di "respingere qualsiasi attentato all'indipendenza" del Paese e ha denunciato le ingerenze straniere che mirano a "generare una tensione interna, a provocare un colpo di Stato". In questo articolo, pubblicato il giorno dopo il tentato golpe, spieghiamo qual è la situazione nel Paese, e come si è arrivati a una minaccia totalitaria così elevata.

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di Maria Zuppello per LookoutNews.it
 
Di fatto a Caracas il Parlamento non esiste più. La sentenza promulgata nella notte del 29 marzo dal Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) offre de facto da oggi su di un piatto d’argento allo stesso regime di Maduro i pieni poteri di legiferare e implementare qualsiasi decisione gli passi per la mente. Il modello, a detta degli analisti, è quello castrista. E così anche il simulacro di democrazia che sino a ieri poteva essere mostrato al mondo per illudere gli ingenui, da oggi non vale più.

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Il problema fondamentale che ha portato al “colpo di stato” della notte scorsa è che, con le ultime elezioni del 6 dicembre del 2015, ben 112 deputati su 167 sono passati all’opposizione. Una maggioranza assoluta che non piaceva affatto all’establishment chavista che da tempo e in vari modi reprime l’opposizione o ciò che ne rimane.

Cosa significa il colpo di Stato
Il Tribunale Supremo di Giustizia ha da qualche ora assunto tutti i poteri dell’Assemblea nazionale in Venezuela, chiudendo formalmente il Parlamento di Caracas e consentendo al presidente di governare senza controlli di sorta. Nella sentenza, l’Alta corte ha dichiarato che fino a quando persisterà la situazione di «ribellione e oltraggio» nei confronti del presidente, «le competenze parlamentari dell’Assemblea Nazionale saranno esercitate direttamente dalla sala costituzionale del Tribunale o da qualsiasi organo che essa disponga, al fine di garantire lo stato di diritto».

Questo significa che Nicolas Maduro può adesso fare quello che vuole. Sarà, infatti, solo tenuto a «informare» il Tribunale supremo delle sue decisioni, mentre l’Assemblea nazionale, pur riunendosi come sta facendo in queste ore «non potrà modificare le condizioni proposte (da Maduro, ndr) né pretendere di stabilirne altre».

Il momento giusto
Il timing non è casuale. Proprio nelle ore scorse, l’OEA, l’Organizzazione degli Stati Americani, aveva deciso a Washington di non applicare la Carta Democratica per Caracas e di chiedere la liberazione delle centinaia di prigionieri politici incarcerati dal regime di Maduro.

Non avere sospeso il Venezuela dalla maggiore organizzazione del continente per avere violato in modo reiterato diritti umani e libertà – condizioni necessarie per rimanere nell’OEA – ha indubbiamente rafforzato Maduro, offrendogli l’impressione che la comunità internazionale sia in una posizione di debolezza. Maduro ne ha immediatamente approfittato attraverso la Corte, che ha cancellato l’immunità parlamentare dei deputati e concesso nuovi poteri straordinari a Maduro in materia penale, militare, economica e politica.

Moreno, il “giudice assassino” che presiede il Tribunale Supremo
Per capire lo scenario drammatico in cui rischia definitivamente di schiantarsi il Venezuela basti ricordare che il presidente del Tribunale Supremo di Giustizia, vero protagonista insieme a Maduro di questo impressionante colpo di mano, altri non è che Maikel José Moreno Pérez: un venezuelano che, ironia della sorte, ha anche di recente presentato domanda alle nostre autorità consolari per diventare cittadino italiano, nonostante abbia una fedina penale che comprende due omicidi.
 
Questo gentleman, infatti, nel 1987 a soli 22 anni ha ammazzato una giovane donna di Ciudad Bolivar, capitale dell’omonima regione, nel sud del Venezuela. Essendo all’epoca un agente segreto «corrotto ma sveglio», come è stato descritto, e riuscito a uscire presto dal carcere e a diventare addirittura guardia del corpo dell’allora presidente del Venezuela, Carlos Andrés Pérez.
 
Ma il grilletto facile evidentemente era un vizio per l’attuale presidente del STJ venezuelano. Così eccolo di nuovo, nel 1989, uccidere in una sparatoria nel centro di Caracas il giovane Rubén Gil Márquez. Questo lo ha costretto a lasciare i servizi segreti e a intraprendere gli studi da avvocato, per riapparire sulla scena politica del Paese sudamericano l’11 aprile del 2002, quando un nugolo di chavisti spara da un ponte sui manifestanti nel corso di un golpe (di appena 36 ore) contro Chávez.
 
Sarà lui stesso ad assumere le difese dei pistoleros, riuscendo a farli assolvere. Anche perché, nel frattempo, il regime lo nomina giudice dell’intero processo sui morti del “golpe”.

I primi prigionieri politici del Venezuela nascono proprio in quell’occasione, col molto parziale giudice Moreno (che sarà decisivo nel clamoroso arresto del criminalista Iván Simonovis, innocente detenuto da allora senza uno straccio di prova).
 
Non bastasse, Moreno viene anche denunciato come membro di spicco della “Banda dei Nani”, una gang di magistrati che coprivano senza scrupoli la corruzione bolivariana.

I legami in Italia
Ma lo stesso Chávez lo premia e nel 2007 lo manda a Roma come addetto commerciale all’Ambasciata del Venezuela in Italia.

Nella nostra capitale, chissà come, Moreno si arricchisce molto. Ma è con Maduro che la sua carriera da magistrato spicca il volo. Anche perché, guarda caso, è sempre lui a condannare in via definitiva e senza prove Leopoldo López a 14 anni di carcere, trasformandolo nel Mandela venezuelano.
 
Dietro gli ultimi fatti che hanno trasformato ufficialmente il Venezuela in una dittatura, dunque, c’è un magistrato con questo profilo. Il che preoccupa e non poco per l’immediato futuro del Paese sudamericano.

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