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Usa: su Ucraina e Israele le posizioni di Trump vicine a quelle di Obama

Dopo la campagna elettorale, anche il neo-presidente deve adeguarsi alle regole della realpolitik. Almeno in alcuni casi...

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Redazione

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Un conto è la politica urlata in campagna elettorale, un'altra quella condotta una volta al potere. La vecchia regola pare parzialmente valere anche per Donald Trump, almeno in campo internazionale: se infatti il neo-inquilino della Casa Bianca si è subito mosso nella direzione più volte evocata nel recente passato riguardo immigrazione e trattati commerciali, anche con il preciso intento di inviare un segnale di coerenza ai suoi elettori, su altri fronti (che in molti casi meno o nulla interessano a chi l'ha votato) la nuova diplomazia americana si sta invece muovendo nel solco della precedente amministrazione Obama. Ecco dove e come...

Russia: cordiali rapporti, ma non sull'Ucraina
Durante la campagna elettorale non sono mancati i reciproci complimenti tra Donal Trump, che “uomo forte” vuole esserlo, e Vladimir Putin, che “uomo forte” lo è già. Una stima reciproca che i due si sono confermati anche nella prima telefonata con il tycoon alla cornetta del telefono dello Studio Ovale, ma che in realtà era stata preceduta da un ammonimento del presidente russo ai suoi connazionali che suonava più o meno così: “Attenti, comunque è il presidente degli Stati Uniti, non un rappresentante del popolo russo”.

Parole probabilmente dette pensando anche e soprattutto alla situazione in Ucraina, con l'invasione russa della Crimea - causa delle forti tensioni con Obama e delle conseguenti sanzioni alla Russia - che continua a non essere assolutamente ben vista dalla Casa Bianca. Al punto che al suo esordio all'Onu la neo-ambasciatrice (e governatrice repubblicana del South Carolina) Nikki Haley ha praticamente confermato la linea della sua predecessora democratica Samantha Power: “Vogliamo avere migliori relazioni con la Russia”, ha infatti dichiarato la Haley, “ma la disperata situazione nell'est dell'Ucraina richiede una chiara e forte condanna dell'azione russa”. Con buona pace, almeno sulla questione Crimea, della stima reciproca tra i due leader.

Israele: amici sì, ma quegli insediamenti...
Tra i pilastri della campagna elettorale di Trump anche le sue ripetute dichiarazioni di essere un fedele amico e sostenitore di Israele. Dichiarazioni che rispetto alla questione palestinese hanno ovviamente dato fiducia al governo Netanyahu, forse troppa: dal giuramento di Trump, infatti, Israele ha annunciato l'insediamento di 2.500 nuove case nella “West Bank” (la Cisgiordania), aggiungendocene poi altre 3.000 per un totale che non fa però tornare i conti all'amministrazione Trump. Che non ha tuonato in prima persona, ma ha delegato il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer a muovere una diplomatica diffida a Israele dall'insistere nelle opere edili: “Sebbene non crediamo che gli insediamenti siano un oggettivo impedimento alla pace”, ha infatti dichiarato ai media Spicer, “riteniamo che la loro espansione così come la costruzione di nuovi oltre il confine non agevoli certo il processo per arrivare a quella stessa pace”.

Non proprio la posizione del governo Obama, ma comunque la sottolineatura che anche l'amicizia prevede dei limiti, almeno a livello internazionale. Anche perché l'amicizia da coltivare nel mondo non può essere solo una: come hanno infatti sottolineato alcuni osservatori politici d'oltreoceano, le parole di Spicer sono arrivate subito prima dell'incontro a Washington per la National Prayer Breakfast tra Trump e il re di Giordania Abd Allah II, tra i leader più rappresentativi del mondo arabo e il cui paese conta un'ampia detta di popolazione palestinese, assai sensibile sulla questione.

Iran: ovvero tolleranza zero
Promosso e salutato con soddisfazione l'accordo sul nucleare con l'Iran a metà 2015, Obama ha però sempre ribadito che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato violazioni da parte del paese mediorientale, pena il ripristino delle sanzioni tolte nel gennaio 2016. Una linea comunque severa, che Trump (per cui quell'accordo ha solo un aggettivo: “scellerato”) in questo caso non ha invece seguito... solo perché ha sempre avuto in testa di renderla immediatamente più dura.

Una politica per fortuna perseguita tenendo le dita lontane dai codici della famosa valigetta nucleare, ma usandole più volte per inviare minacciosi tweet all'Iran dopo l'annuncio di una serie di test missilistici da parte di Teheran. E certo non ha giovato la replica di Ali Akbar Velayati, uno dei portavoce del leader Mahmud Ahmadinejad: “Non è la prima volta che un personaggio inesperto minaccia l'Iran. E il governo americano capirà presto che minacciare il nostro Paese non è una mossa utile”. Lo scontro è solo all'inizio, con l'ovvio auspicio che non esca dal campo delle sanzioni economiche internazionali.

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