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Usa: Donald Trump sconfitto in due stati

Il presidente statunitense è finito nell'angolo. E non solo in Virginia e Kentucky. Il suo vero punto debole è la procedura per l'ìmpeachment e i sondaggi lo danno in caduta libera

US President Donald J. Trump

Redazione

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Donald Trump è nei guai. E non solo per il doppio flop dell'Election day: in Kentucky e Virginia i candidati repubblicani appoggiati dal presidente statunitense sono stati sonoramente sconfitti dai democratici. In questo test chiave per le presidenziali del 2020, in Virginia il partito dell'Asinello ha ottenuto - per la prima volta da 26 anni a questa parte - il controllo di entrambe le Camere del parlamento. E in Kentucky il candidato democratico Andy Beshear, ha battuto il governatore repubblicano uscente Matt Bevin. Misera consolazione per Trump, la vittoria in Mississippi, dov'è stato eletto governatore il repubblicano Tate Reeves.      

Come scrive la Bbc, la doppia sconfitta al Super Tuesday è «vista come un colpo per il presidente Donald Trump». A un anno esatto dalle elezioni per la Casa bianca, i deludenti risultati per il partito di Trump sono percepiti come un indicatore dell'attuale clima politico, che starebbe subendo un mutamento sostanziale.

D'altro canto, che l'elettorato si stia disaffezionando a Trump lo dimostrano anche i dati pubblicati da Real Clear Politics. L'autorevole sito che raccoglie i sondaggi di tutti gli istituti demoscopici americani da tempo registra lo scontento dell'opinione pubblica statunitense sull'amministrazione Trump. Il 2 ottobre, per esempio, un sondaggio dell'Economist rendeva noto che solo il 17 per cento degli elettori approvava «il lavoro del Congresso»: a disapprovarlo era il 62 per cento, con un differenziale di 45 punti. Per non parlare della rilevazione, sullo stesso tema, realizzata dall'università Quinnipiac l'8 ottobre, quando la disapprovazione era salita al 71 per cento, con un differenziale di 52 punti.

Non va molto meglio il giudizio sulla «direzione del Paese». Secondo i sondaggisti di Rasmussen Reports, il 28 ottobre solo il 35 per cento degli intervistati pensava che fosse sul «binario giusto». Il 59 per cento era convinto che gli Stati Uniti avessero imboccato quello sbagliato, con un differenziale di 24 punti.

Disastrosi, invece, i sondaggi sulle «elezioni generali», ossia sulla futura sfida per la Casa bianca. Tutti, ma proprio tutti, danno per vincitore lo sfidante di Trump, chiunque egli sia. Certo, i numeri cambiano. Joe Biden risulta il più avvantaggiato: con un differenziale che, nei sondaggi condotti il 3 novembre, varia fra i 9 (Nbc News/Wall Street Journal) e i 12 (Fox News) punti.

Non sono messi male neanche Elizabeth Warren (Nbc News/Wall Street Journal) e Bernie Sanders (Fox), che si portano entrambi a casa un differenziale di 8 punti. Ma persino la poco conosciuta senatrice nera Kamala Harris, secondo Real Clear Politics, batterebbe Trump: per i sondaggisti di IBD/TIPP, alle presidenziali si aggiudicherebbe cinque punti percentuali più del presidente in carica, 49 contro 45.

Ma il vero punto debole di Trump è la procedura per l'impeachment. A maggior ragione dopo che l'ambasciatore statunitense presso l'Unione europea Gordon Sondland ha invertito la marcia. Nella sua seconda testimonianza davanti alla Commissione intelligence della Camera, il 5 novembre Sondland ha ricordato di aver detto a un altro funzionario ucraino che l'approvazione del pacchetto di aiuti militari statunitensi a Kiev sarebbe probabilmente dipeso dall'apertura delle indagini contro il figlio di Joe Biden, Hunter. La rettifica compromette pesantemente Donald Trump, che aveva sempre negato l'esistenza di qualsiasi «do ut des» nella vicenda ucraina.

Poi c'è l'economia. Durante la sua corsa alla Casa bianca, Trump aveva attaccato Barack Obama perché l'allora presidente in carica non era riuscito a raggiungere il 3 per cento di crescita. Aveva invece assicurato il suo elettorato che, sotto un'amministrazione Trump, la crescita sarebbe stata compresa fra il 4 e il 6 per cento annuo. E quando, nel 2012, il pil del trimestre era cresciuto dell'1,9 per cento, Trump aveva tuonato dicendo che l'economia sotto Obama era «in grande difficoltà». Peccato che quando, lo scorso 30 ottobre, si è saputo che il pil degli Stati Uniti era cresciuto tra luglio e settembre proprio dell'1,9 per cento, Trump abbia twittato: «La più grande economia della storia americana!»

Esagerazioni a parte, l'economia statunitense va abbastanza bene, ma non benissimo. Mesi fa la guerra commerciale con la Cina e i deboli risultati del settore manifatturiero avevano indotto molti addetti ai lavori a prevedere l'arrivo di una recessione nel 2020. Ora le aspettative sono migliorate e negli ambienti economici si parla per lo più di rallentamento. Anche se da tempo l'economista Nouriel Roubini prevede «una tempesta perfetta» in arrivo nel 2020. Fantasie? Un fatto è certo: Roubini è l'economista che, inascoltato, aveva preannunciato la crisi del 2008.    
 

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