Esteri

Ecco perché Usa e Cina trovano l'accordo sui dazi

Dazi posticipati in cambio di ingenti acquisti cinesi in agricoltura Usa. Ma dietro tutto ci sono le elezioni presidenziali del 2020

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Stefano Graziosi

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Tira aria di tregua tra Stati Uniti e Cina sui Dazi? Secondo quanto riportato da fonti interne, l’amministrazione Trump avrebbe concluso un accordo commerciale con Pechino in linea di massima. Si tratterebbe di un accordo parziale (da “fase uno”), con cui i due giganti rivali cercherebbero di appianare le dispute su alcune questioni controverse. Nel dettaglio, il presidente americano avrebbe intenzione di posticipare i dazi previsti per il 15 dicembre: dazi che riguardano circa 160 miliardi di dollari di prodotti d’importazione cinese (tra cui computer, telefoni, vestiti e giocattoli). Inoltre la Casa Bianca avrebbe acconsentito a diminuire sensibilmente le tariffe già in atto (si parla di una riduzione del 50%). In cambio, la Repubblica Popolare si sarebbe impegnata ad acquistare ampi quantitativi di prodotti agricoli statunitensi, per un valore complessivo non inferiore ai cinquanta miliardi di dollari. Lo stesso Trump ieri ha twittato: “Siamo molto vicini a raggiungere un grande accordo con la Cina. Lo vogliono loro e lo vogliamo anche noi!” La notizia ha messo le ali a Wall Street giovedì scorso, mentre la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, ha per ora preferito non rilasciare commenti.

Insomma, parrebbe proprio che ci si stia avviando verso una fase di rasserenamento nei rapporti tra Washington e Pechino. Ciononostante bisogna andare con i piedi di piombo, senza dare nulla per scontato. Innanzitutto non dimentichiamo che, in questo anno e mezzo di guerra tariffaria, più di una volta siano state annunciate eclatanti tregue, risoltesi poi in un buco nell’acqua. Già nel corso del G20 di Osaka, lo scorso giugno, il presidente cinese Xi Jinping si era impegnato ad acquistare elevati quantitativi di prodotti agricoli americani, salvo poi disattendere la promessa. Senza inoltre considerare che il raggiungimento dell’accordo di “fase uno” sarebbe già dovuto avvenire a metà dello scorso novembre. D’altronde, la questione agricola per Trump è piuttosto spinosa: non è un mistero che, nelle tensioni tariffarie con Pechino, gli Stati Uniti abbiano rimediato i peggiori contraccolpi proprio nel settore della produzione della soia: un elemento che ha portato la Casa Bianca a stanziare svariati miliardi di dollari in sussidi per i contadini attraverso il Dipartimento dell’Agricoltura: un’opzione che – nei mesi scorsi – ha fatto storcere il naso a qualche senatore repubblicano. Si tratta, tra l’altro, di una questione elettoralmente delicata per Trump che – nel 2016 – riuscì a conquistare il sostegno di gran parte della classe agricola. Tutto questo non deve comunque farci trascurare un dato importante: secondo quanto riportato a inizio dicembre dalla Cnn, sembrerebbe che – almeno per il momento – molti lavoratori del comparto agricolo si dicano dalla parte del presidente nel suo confronto commerciale con la Cina. Il loro ragionamento è infatti che il problema esista e che Washington debba impegnarsi a conseguire il miglior accordo possibile.

In secondo luogo, è probabile che all’interno della Casa Bianca si registrino visioni differenti sull’approccio da tenere con la Repubblica Popolare. Se Trump sembra al momento intenzionato ad ammorbidire la linea, altri non paiono pensarla esattamente così: a partire dal suo consigliere al Commercio, il falco colbertista Peter Navarro. Secondo Cnbc, pochi giorni fa costui avrebbe redatto un promemoria in cui consigliava di non allentare le tariffe contro Pechino, sostenendo che i dazi statunitensi “stanno lavorando per difendere [l’economia] e non hanno avuto impatti negativi sulla crescita o sull’aumento del mercato azionario”. Navarro è del resto sempre stato il principale regista delle politiche commerciali di Trump, soprattutto sul fronte cinese. Il nuovo accordo rischia dunque di creare fratture significative in seno alla stessa Casa Bianca.

Infine, non dimentichiamo che – come accennato – l’intesa conseguita tra Washington e Pechino risulterebbe soltanto parziale. Ad essere escluse dall’accordo restano infatti numerose questioni molto spinose, soprattutto in materia tecnologica: dal furto di proprietà intellettuale alla sicurezza cibernetica, passando anche per il delicatissimo dossier Huawei. Problemi decisivi e di difficile soluzione, almeno nel breve termine. Non sarà del resto un caso che, nel corso del summit Nato di Londra, il presidente americano abbia aperto alla possibilità di conseguire un accordo con Pechino non prima delle prossime elezioni presidenziali statunitensi. Ed è così che si aprono scenari complicati e densi di dubbi, perché la Cina potrebbe approfittarne per cercare di mettere Trump in difficoltà durante il periodo della campagna elettorale. Un’ipotesi plausibile ma che deve tener conto di due fattori. In primis, non bisogna trascurare che Pechino abbia riscontrato pesanti contraccolpi nella guerra commerciale in atto e che questi contraccolpi rischino di avere un impatto sociale e politico molto negativo per la Repubblica Popolare. In secondo luogo, non è detto che – qualora dal 2021 sedesse un democratico nello studio ovale – l’attuale posizione commerciale statunitense muterebbe nei confronti di Pechino. Nessuno degli attuali candidati alla nomination democratica si è infatti finora spinto a dire di voler abolire la linea protezionista di Trump contro la Cina. In tutto questo, un’ulteriore incognita è poi rappresentata dagli attriti esplosi tra Washington e Pechino sul dossier Hong Kong.

Nonostante queste incertezze, l’inquilino della Casa Bianca può tirare un sospiro di sollievo su un altro fronte commerciale. La Camera dei Rappresentanti (controllata dai democratici) ha infatti dato recentemente il via libera allo United States–Mexico–Canada Agreement: il trattato di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada, nato dalla rinegoziazione del vecchio Nafta. Si tratta di una vittoria significativa per Trump, che aveva fatto di questo accordo un punto saliente del proprio programma nel corso della campagna elettorale del 2016. Senza poi considerare che una tale intesa con Ottawa e Città del Messico potrebbe conferire al presidente una posizione negoziale più forte proprio nelle trattative con Pechino e garantirgli una considerevole spinta in vista delle presidenziali di novembre.

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