Esteri

Usa 2016: perché Sanders è passato dal Vaticano prima di giocarsi tutto a New York

Intervento sulla giustizia sociale a una delle Pontificie accademie. L’appuntamento delle primarie di martedì deciderà il destino della sua campagna

Vaticano Sanders 25 anni "Centesimus Annus"

Luigi Gavazzi

-

Fine settimana intenso per Bernie Sanders, il candidato democratico che contende la nomination a Hillary Clinton.

Venerdì pomeriggio ha tenuto un discorso in Vaticano in un incontro della Pontificia accademia delle Scienze Sociali a 25 anni dall’Enciclica sociale di Giovanni Paolo II, “Centesimus annus”. Un convegno nel quale erano presenti anche il presidente boliviano Evo Morales, l’ecuadoregno Rafael Vicente Correa, l’economista Jeffrey Sachs, ma al quale non ha partecipato Papa Francesco.

Una specie di “distrazione”, in realtà, vista la tensione durissima del dibattito pieno di spigoli sostenuto a Brooklyn e in tv con Clinton giovedì 14 e le primarie a New York, martedì 19: questa volta davvero “cruciali” per il seguito della sua campagna elettorale (e di quella di Hillary).

 

Non poteva rifiutare la partecipazione a un incontro — dove ha parlato per una decina di minuti — su un tema a lui caro e del quale si sente uno dei politici più impegnati: la giustizia sociale e la lotta contro la diseguaglianza economica.

Tanto più che stabilire un legame, ideale ma evidente, fra Sanders e i temi cari a Papa Francesco ha certo un buon impatto sull’immagine politica e culturale del candidato democratico e sui potenziali sostenitori. E forse anche sulle possibilità di Sanders nello stato di New York, dove — secondo il New York Times — un terzo degli elettori registrati si dichiara cattolico, e di questo, il 41% si definisce “democratico”.

Nel suo intervento Sanders ha tra l'altro detto: "I giovani di oggi non sono più soddisfatti di una economia di disuguaglianza e ingiustizia" e "vogliono invece un'economia che apra al bene comune". "Cerchiamo di essere chiari. Oggi nel 2016 la situazione è peggiore rispetto ad un secolo fa. L'1% della popolazione di questo pianeta possiede più ricchezza rispetto al restante 99%. Dobbiamo respingere le fondamenta di questa economia contemporanea come immorale e non sostenibile".

Se potesse parlare con il pontefice, ha detto Sanders in un’intervista a Repubblica di venerdì 15 aprile, parlerebbe “di come le leggi negli Stati Uniti possono giocare un ruolo importante nel cambiare l’economia attuale, sia sotto il profilo morale sia sotto quello globale. Vorrei discutere con lui di idee e di programmi. Questo è un Papa che affronta anche il tema dei cambiamenti climatici, un’altra questione per la quale mi batto”. “Penso — aggiunge — che la ragione per la quale sono stato invitato a partecipare a questo convegno sia che molti degli argomenti che il Papa affronta sono simili ai miei. Sono un grandissimo sostenitore del Pontefice, anche se ho opinioni diverse dalle sue su alcuni temi”. “La Chiesa oggi parla anche di donne e di omosessuali. Il Papa vuole riparare la società dalle ingiustizie sociali. E in questo — conclude — sono perfettamente con lui”.

Una piccola parentesi però, il viaggio a Roma.
Perché c’è massima tensione e concentrazione nello staff di Sanders. Tutti sanno che le primarie a New York, dove sono in palio ben 291 delegati, saranno quasi sicuramente il passaggio che determinerà il futuro della competizione nel Partito democratico. E soprattutto lo determineranno in maniera quasi definitiva in caso di sconfitta.

Clinton ha già 220 candidati di vantaggio (ai quali vanno aggiunti i 469 superdelegati, contro 36 di Sanders), ha finora ottenuto 2,4 milioni di voti più di Sanders e i sondaggi a New York la danno in notevole vantaggio. L’ultimo, targato NBC 4 New York/Wall Street Journal/Marist, le attribuisce addirittura 17 punti di margine: 57% a 40%.

Hillary ha fretta di concentrare gli sforzi, e affilare il linguaggio, contro Trump e gli altri Repubblicani e una vittoria netta la allontanerebbe da Sanders in modo quasi decisivo, consentendole di evitare di prolungare gli scontri dispendiosi e faticosi con il compagno di partito.

In caso di sconfitta a New York, Sanders non si ritirerebbe, ma sarebbe costretto a rivedere la strategia, guardando oltre le elezioni di novembre e alla necessità di consolidare la sua influenza sul Partito, egemonizzandone l’ala sinistra: populista, anti-Wall Street e più esigente in fatto di regolamentazione dell’economia, contrapposta a quella clintoniana (di Hillary, ma ispirata soprattutto alla presidenza del marito: più amichevole nei confronti della finanza newyorkese, più orientata alla riduzione del budget federale e meno incline a intervenire nell’economia).

Insomma, dovrebbe occuparsi di non buttare quello che ha costruito nel paese (e nel partito) in questi mesi. 

© Riproduzione Riservata

Commenti