Una tregua che è una mezza sconfitta per Israele

Netanyahu ha colto la palla al balzo e detto sì all'Egitto senza un voto formale. Non ha ottenuto nessuna garanzia sulla sicurezza per il suo Paese ma è riuscito a uscire da una guerra che non voleva

Benjmin Netanyahu

Tel Aviv. Il presidente israeliano Benjamin Netanyahu – Credits: ANSA FOTO

Senza una discussione formale nel Paese, senza un voto in parlamento, consultandosi al telefono solo con gli uomini del gabinetto di guerra, Benjamin Netanyahu ha colto l'occasione che gli è stata presentata ieri dai mediatori egiziani e ha deciso dunque di accettare la tregua con un'organizzazione terroristica come Hamas che, quando fu rieletto cinque anni fa, aveva promesso di sradicare e distruggere senza neanche andare per il sottile.

«Tutto quello che voleva, fin dall'inizio, era un cessate il fuoco a qualsiasi costo» ha scritto su Haaretz Barak Ravid, uno dei più lucidi editorialisti del quotidiano progressista israeliano. E che Bibi, in realtà, in questa guerra ci sia entrato controvoglia (avendo perfettamente presente che non c'era una facile via d'uscita) lo dimostra l'assoluta mancanza di bandiere da sventolare all'opinione pubblica, di obiettivi raggiunti e tunnel distrutti, se non il rifiuto - per altro, scontato - di concedere ad Hamas uno sbocco sul mare, un aeroporto e il via libera al pagamento dei salari dei dipendenti statali palestinesi.

Tel Aviv, scrive sempre Barak Ravid, non ha ottenuto nessuna garanzia. Né quella che il materiale edile che ora potrà entrare a Gaza per la ricostruzione non possa essere usato dal governo di Gaza per ricostruire i tunnel, anziché le abitazioni e le infrastrutture. Né quella che il processo di smilitarizzazione della Striscia possa essere riavviato. «Netanyahu voleva solo ritornare allo status quo ante, che è diventata la sua personale ideologia, ma la realtà è che Israele ha segnato una grossa battuta d'arresto» conclude Haaretz. Una battuta d'arresto che sta tutta nelle cifre : 70 israeliani e 2000 palestinesi uccisi (moltissimi dei quali civili), una pioggia di missili sui cittadini delle comunità del sud di Israele, molti dei quali cominciano ormai a non fidarsi più della capacità dell'esercito israeliano di difenderli, un incalcolabile danno diplomatico (per Israele) ed economico, soprattutto per i palestinesi.

E infine, un problema politico: almeno quattro ministri del suo governo (Bennet, Lieberman, Ahronovich, Erdan) hanno detto a chiare lettere che non approvano il cessate il fuoco così come è stato proposto dall'Egitto. È per questo che Netanyahu non ha voluto sottoporre al voto il suo sì alla tregua: una crisi di governo sulla questione di Gaza, per il più duro dei duri, sarebbe stato troppo. Gestire tutto personalmente, senza mettere in imbarazzo i suoi ministri-falco, è stata la sua ultima furbizia per restare in sella. Ma la pace è un'altra cosa, come la sicurezza.

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