Esteri

Una donna alla guida dell'Europa?

La corsa elettorale per le europee entra nel vivo. Ma il «risiko» per il rinnovo dei vertici di tutte le istituzioni europee è sempre più intricato.

Europa

Anna Maria Angelone

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A meno di un mese dalle europee la competizione elettorale entra nel vivo e, con essa, anche quella per il prossimo ricambio delle «stanze dei bottoni» dell'Ue. Ma le intenzioni di voto attuali, l'incognita Brexit e la sospensione del premier ungherese Viktor Orban dal gruppo dei popolari profilano una situazione di grande incertezza. Così, tutto appare molto fluido.

Entro l'autunno nuovi vertici per tutte le istituzioni Ue.

Come noto, fra maggio e novembre insieme al Parlamento europeo si rinnoveranno tutti i vertici istituzionali: la presidenza della Commissione europea, l'Alto rappresentante per la politica estera, la presidenza del Consiglio europeo e il timone della Bce.

Una corsa iniziata già l'anno scorso quando, da più parti, si è tentato di rimettere in discussione la prassi degli «Spitzenkandidat»: l’indicazione del candidato alla presidenza della Commissione europea da parte dei gruppi politici parlamentari. In tal modo, lo schieramento che vince le elezioni esprime anche la massima carica a Bruxelles. Il metodo è stato seguito proprio con Jean-Claude Juncker, votato dal PPE prima di conquistare la maggioranza alle europee del 2014. Ma questa sorta di «investitura democratica» non è mai piaciuta granché, dato che sottrae ai governi la libertà di comporre il puzzle delle varie caselle con accordi e alleanze all’uopo, seguendo la prassi ormai consolidata nell’assegnazione: rappresentanza e alternanza di paese piccolo con paese grande, paese del Nord con paese del Sud e paese dell’Est. Quali gli scenari?

Le intenzioni di voto profilano una frammentazione.

Al momento, molto appare legato all'esito del voto del 23-26 maggio. Le ultime intenzioni di voto, diffuse da Bruxelles il 15 aprile, danno in calo i partiti tradizionali. Il PPE si conferma ancora la prima forza ma scenderebbe dagli attuali 217 seggi a 180. I socialisti, invece, ne conquisterebbero solo 147. Insieme, i due partiti che oggi esprimono la maggioranza in Aula, arriverebbero a 329 eletti: troppo pochi per farcela da soli. E qui si aprono i giochi.

Le rilevazioni promettono una buona riuscita ai liberali dell’ex premier belga Guy Verhofstadt, che oscillano poco sopra il 10 per cento: con 76 seggi, diventerebbero la prima sponda alla quale guardare in caso di coalizioni. Vittoria anche per i Verdi, che salirebbero al 7,6 per cento guadagnando 5 seggi in più di oggi. Si tratta di due forze profondamente europeiste che, nonostante le differenze, potrebbero fare da collante per governare cinque anni nel solco della tradizione.

L'alternativa è l'apertura del PPE ai «sovranisti». I dati confermano il raddoppio del gruppo dell'Europa delle Nazioni e della Libertà di Marine Le Pen e Matteo Salvini: dal 4,9 per cento attuale all'8,3 conquisterebbero ben 62 seggi (25 in piùi oggi). Una prospettiva allettante per Matteo Salvini che, con la Lega, punta a diventare il secondo partito a Strasburgo dopo la CDU tedesca.

Da tempo, Salvini tesse la tela fra le forze populiste per essere l'ago della bilancia della prossima legislatura in Europa. E guarda dritto a Orban per realizzare il suo asse politico con i popolari. Ma molti non sono pronti ad assecondare il piano.

Gli «Spitzenkandidat» in lizza: punti forti e deboli.

Per il timone della Commissione europea, i popolari hanno puntato sul tedesco Manfred Weber. Ingegnere, 46 anni, Weber è il volto europeo della CSU bavarese, storica alleata della CDU ma con posizioni più rigide su temi caldi come, per esempio, l'immigrazione.

Individuato dalla Merkel come la sintesi per tenere insieme i valori europei e le aspirazioni delle destre sovraniste, Weber ha dalla sua che già oggi è capogruppo dei popolari all'Europarlamento. È stato lui, a settembre scorso, a dare libertà di voto sulle sanzioni al premier ungherese Viktor Orban per aver violato i valori fondamentali dell'Ue, di fatto aprendo la strada alla successiva sospensione del leader magiaro e del suo partito Fidesz fino a dopo le elezioni. Il punto debole di Weber, a detta dei suoi detrattori, è la limitata esperienza politica (unicamente come eurodeputato).

In casa socialista, la scelta è caduta sull'olandese Frans Timmermans, molto noto in Italia per essere uno sfegatato tifoso della Roma e per la perfetta conoscenza dell’italiano. La sua forza sta nell'aver ricoperto vari incarichi di peso (due volte ministro del suo governo e vicepresidente della Commissione europea) ma, nonostante la recente vittoria del socialista Pedro Sanchez in Spagna, i sondaggi non lo aiutano.

Per i liberaldemocratici c’è, invece, la danese Margrethe Vestager: la potente responsabile dell'Antitrust europeo che, in questi ultimi cinque anni, ha già mostrato la sua tempra comminando a Google e Apple multe milionarie. Dalla sua, la Vestager ha l'esperienza a Bruxelles, la competenza in materie economiche, l'appoggio di un gruppo che può fare la differenza per la formazione della maggioranza e, non ultima carta, il fatto di essere donna: sarebbe, infatti, la prima volta nella storia della Commissione europea. Il suo tallone di Achille è stata la bocciatura della fusione Siemens-Alstom, che le ha inimicato il consenso proprio di Francia e Germania. Riuscirà a ricomporre lo strappo?

La Francia ha un candidato naturale in Michel Barnier, due volte commissario europeo e oggi responsabile dei negoziati per la Brexit ma a Emmanuel Macron (il cui partito per ora non è apparentato con i grandi gruppi politici) piacerebbe un volto più giovane e nuovo.

Tutto aperto anche per i successori di Tusk e Draghi.

Se il timone della Commissione europea andasse a un paese grande, la presidenza del Consiglio europeo, potrebbe finire a un paese piccolo.

Come noto, le regole prevedono che solo un ex premier possa occupare questa poltrona. E dunque, dopo il polacco Donald Tusk, spunta il nome di Dalia Grybauskaite, presidente lituana con un passato a Bruxelles.

In casa socialista, la situazione è più confusa ma avrebbe chance l’ex premier danese Helle Thorning-Schmidt. Molto favorito l’ex premier irlandese Enda Kenny: una scelta non casuale in tempi di divorzio da Londra. Resta sempre aperta l'ipotesi di una discesa in campo di Angela Merkel. Se la Cancelliera tedesca scegliesse di lasciare in anticipo il suo ultimo mandato a Berlino, con tutta probabilità ritaglierebbe per sé un ruolo politico in questa casella.

In ogni caso, se una delle due poltrone (Commissione europea o Consiglio europeo) dovesse finire a un tedesco, sarebbe rimesso in gioco il timone della Bce, che la Germania voleva per il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann. In pole position, ci sarebbe l’ex governatore della Banca centrale della Finlandia, Erkki Liikanen. In lizza anche l’attuale guida della Banca centrale francese, François Villeroy de Galhau.



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