Un governo di unità nazionale in Libia?

Perché l'ipotesi cui sta lavorando l'Onu in Marocco, sede del vertice che si apre oggi, incontra resistenza a Tobruk come a Tripoli

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Combattenti del gruppo islamista Fajr Libya nei pressi di Gharyan, a sudest di Tripoli – Credits: MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images)

Rocco Bellantone

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Dopo l’ultimo passaggio al vertice di Roma del 13 dicembre, la questione libica torna sul tavolo delle trattative di Shikrat, in Marocco. Qui, a partire da mercoledì 16 dicembre, il nuovo responsabile della missione ONU in Libia UNSMIL (United Nations Support Mission in Libya) Martin Kobler è chiamato a dare seguito concreto all’annuncio del raggiungimento imminente di un accordo per la formazione di un governo di unità nazionale libico. Kobler dovrà dimostrare non solo di saper fare meglio del suo predecessore, l’inconcludente Bernardino Leon, ma anche che l’ultima road map tracciata a Roma è realmente applicabile al contesto attuale libico.

I presupposti non sono però affatto incoraggianti, anche perché l'eventuale firma tra gli attori presenti sul terreno è prevista domani. E il tempo stringe. Martedì 15 dicembre, alla vigilia della riunione in Marocco, in un incontro a Malta i presidenti dei due parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk, Nouri Abu Sahmain e Aguila Saleh, hanno annunciato che non firmeranno l’accordo almeno nelle prossime ore, chiedendo ancora altro tempo per potersi confrontare fino a quando non ci sarà un consenso unanime sui candidati che andranno a ricoprire i ruoli di vertice dell’esecutivo di transizione. In sostanza, i parlamenti di Tripoli e Tobruk spingono per una soluzione concordata anzitutto tra le forze libiche respingendo l’adozione del piano elaborato dalla comunità internazionale.

 

I punti dell’accordo
Il piano annunciato a Roma è stato condiviso da 17 Paesi (Algeria, Arabia Saudita, Cina, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Giordania, Italia, Marocco, Qatar, Regno Unito, Russia, Spagna, Stati Uniti, Tunisia, Turchia), dall’Unione Europea, dalle Nazioni Unite, dalla Lega degli Stati Arabi e dall’Unione Africana. Prevede che tutte le fazioni libiche, in primis i governi rivali di Tobruk (riconosciuto dalla comunità internazionale) e Tripoli, “accettino un cessate il fuoco immediato e totale in tutta la Libia” e si impegnino a formare entro 40 giorni un Governo di Concordia Nazionale con sede nella capitale Tripoli, “essenziale per affrontare, insieme alla comunità internazionale, le cruciali sfide umanitarie, economiche e di sicurezza del paese, inclusi Daesh e altri gruppi estremisti e organizzazioni criminali impegnati in ogni tipo di contrabbando e traffico illecito, compreso quello di esseri umani”.

 

Garantito questo impegno le fazioni dovranno trovare l’intesa per creare un consiglio presidenziale da cui usciranno le nomine dei vertici del nuovo governo, della Banca Centrale di Libia, della Società Petrolifera Nazionale (National Oil Corporation, NOC) e dell’Autorità di Investimento Libico (LIA). La formazione del Governo di Concordia Nazionale è un primo passaggio fondamentale. La comunità internazionale conta che i libici lo portino a termine nel più breve tempo possibile, poiché solo questo organismo – attraverso la legittimazione del voto della maggioranza dei membri dei parlamenti di Tobruk e Tripoli – potrà richiedere al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite un intervento per ristabilire la sicurezza in Libia.

Al netto degli sforzi fatti dalla diplomazia internazionale al vertice di Roma, a Shikrat saranno molte le incognite da superare. Come è emerso dal summit di Malta, restano anzitutto le distanze di Tobruk e Tripoli rispetto alla soluzione proposta dall’ONU. Non a caso a Roma sono stati inviati i vice e non i presidenti dei due parlamenti. Ciò che manca è anzitutto l’accordo sul nome di Faiez Al-Serraj, membro del parlamento di Tobruk originario di Tripoli, che dovrebbe insediarsi prima alla guida del consiglio presidenziale e poi a capo del governo che sarà formato da nove membri (un presidente, quattro vicepresidenti e tre ministri di Stato). È una scelta su cui Leon aveva puntato nonostante neanche Tobruk la sostenesse, e che Kobler adesso sta decidendo di portare avanti.

Altro punto su cui sarà difficile trovare un compromesso riguarda il parlamento di Tobruk, che a differenza di quello di Tripoli rimarrà in carica per un anno con la possibilità di ottenere una proroga per altri dodici mesi.

Le accuse dei membri del parlamento di Tripoli
Infine, stando alle ultime notizie pubblicate sul giornale libico The Libya Observer,non solo un buon numero di membri dei due parlamenti radunati nel Libyan National Accord Gathering (LNAG) ha rifiutato l’accordo di Roma, ma ai dissidenti del CNG (Congresso Nazionale Generale, il parlamento di Tripoli) sarebbero anche arrivate minacce di sanzioni qualora a Shikrat non voteranno a favore dell’intesa. Queste accuse pesanti, lanciate dal capo del Comitato Politico del CNG Abdul-Fattah Al-Shilwi, dimostrano quanto gli annunci accorati della comunità internazionale continuino a essere distanti dalla situazione reale della Libia.

ISIS e il ruolo dell’Italia
Stando così le cose, strappare la firma dell’accordo a una maggioranza ampia dei membri dei due parlamenti non sarà semplice. E comunque, qualora questa approvazione dovesse arrivare, essa non sarà affatto il preludio di un processo di stabilizzazione veloce per la Libia, considerata soprattutto l’estrema facilità con cui ISIS si sta espandendo lungo le coste del Paese, avvicinandosi sempre di più proprio alla capitale forte dell’arrivo di rinforzi non solo dalla Nigeria ma anche da Tunisia, Marocco, Siria e Yemen.

 “Lo scenario più verosimile – scrive Guido Ruotolo su La Stampa – è che una volta re-insediate a Tripoli le istituzioni legittime, come Consiglio Presidenziale e governo, le formazioni terroristiche lanceranno un’offensiva con autobombe ed esecuzioni mirate. Il generale di corpo d’armata Paolo Serra, consigliere militare delle Nazioni unite, in queste settimane ha lavorato per costruire una cornice di sicurezza nella capitale. Tutta l’area delle ambasciate straniere sarà ‘militarizzata’ e probabilmente la sua sicurezza sarà affidata alla polizia militare italiana e inglese. Ma ci vorrà tempo anche per formare le nuove leve delle forze di sicurezza della Libia”.

 Il caos, insomma, è alle porte di Tripoli. E le soluzioni formulate a Roma, e in attesa di approvazione a Shikrat, non sembrano adeguate per fronteggiarlo.

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