Ultima chiamata per Tripoli

Islamisti contro liberali, ma anche una lotta contro il ritorno del regime. È corsa contro il tempo per evitare la disgregazione del paese

Soldati libici a Tripoli – Credits: EPA/SABRI ELMHEDWI

Karim Mezram*

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l conflitto in Libia viene visto come  uno scontro ideologico tra islamisti e liberali secolaristi. I primi appoggiati nell’Ovest del paese dalle milizie alleate di Misurata e di altre città, i secondi sostenuti da quelle di Zintan. A est si fronteggerebbero i radicali islamici di Ansar Al-Sharia contro i liberali anti-islamici del generale Haftar.

 In realtà la dinamica della crisi in Libia è molto più complessa. Una lettura squisitamente tribale del fenomeno non può prescindere dal fatto che a Misurata molti ritengono sia in corso in Libia un tentativo di restaurazione da parte di membri del vecchio regime: riuniti intorno ad Haftar e alle forze di Zintan. L’iniziativa del generale Haftar di attaccare non solo gli estremisti di Ansar Al-Sharia, ma tutti gli islamisti, è stata appoggiata dal gruppo politico facente capo all’ex primo ministro Mahmud Jibril, da molti componenti delle ex forze armate di Gheddafi e dalle milizie di Zintan. Che ha tra le sue file quella del Qaqaa dove, a fine rivoluzione, sono confluite molte unità della 32ª brigata, guidata dal figlio di Gheddafi, Khamis, ucciso in combattimento.

In difficoltà nell’est della Libia, gli islamisti si sono alleati alle forze di Misurata nello scatenare un’offensiva a Tripoli e dintorni, al fine di espellere le milizie rivali di Zintan. Il primo obiettivo è stato quello di rendere inagibile l’aeroporto di Tripoli, controllato proprio da Zintan. Lo scalo garantiva forniture di armi e munizioni per il Qaqaa e i suoi alleati, senza alcun controllo da parte dello stato. Alcuni ritengono che Zintan gestisse anche traffici illeciti di droga, armi e beni per il mercato nero. L’interpretazione che vede Misurata porsi a difesa dei valori della rivoluzione, dunque, spiega la compattezza con cui la città e molte altre si sono schierate con gli islamisti, pur non condividendone l’ideologia.

Secondo i risultati delle elezioni politiche del 25 giugno scorso, il nuovo parlamento sarebbe dominato dai non islamisti. L’assemblea avrebbe dovuto riunirsi a Bengasi ma, a causa dell’insicurezza della città, si è deciso che si riunisse nella più sicura Tobruk, al confine con l’Egitto. Il problema è che la decisione non è stata condivisa dai parlamentari di Misurata e dai loro alleati, che si ritengono minacciati dal fatto che a Tobruk dominerebbero le forze fedeli al generale Haftar. Quindi il nuovo parlamento si è trovato ad agire senza una sua componente importante.

La comunità internazionale ha riconosciuto la legittimità del parlamento. A questo punto, però, si corre il rischio che la Libia venga divisa tra un territorio controllato da un parlamento esiliato a Tobruk e uno controllato dalle milizie di Misurata, che comprenderebbe gran parte dell’Ovest del paese. La comunità internazionale, oggi rappresentata a Tripoli praticamente solo dall’ambasciatore italiano e da una scarna rappresentanza dell’Onu, si sta prodigando per ottenere una tregua e convincere le parti a trovare una soluzione negoziale. Per riuscirci la mediazione deve comprendere le ragioni di entrambi gli schieramenti. È importante agire attraverso il nuovo parlamento, ma bisogna premere su questa istituzione affinché non prenda decisioni affrettate che favoriscano una parte ai danni dell’altra. È l’unica possibilità per evitare la dissoluzione dello stato e il precipitare della Libia nella guerra civile.

*analista dell’Atlantic Council
 

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