Ue e quote migranti: l'accordicchio di Bruxelles

Qualcosa è stato fatto: rimandare a luglio la decisione finale. L'UE prova a indicare una strada per l’accoglienza. Ma non trova una soluzione

Ventimiglia-migranti

Migranti manifestano sotto la pioggia sugli scogli di Ventimiglia - 14 giugno 2015 – Credits: JEAN-CHRISTOPHE MAGNENET/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Se l’Unione Europa dovesse disintegrarsi, certamente le cause che l’avrebbero portata al disastro sarebbero due: l’uscita dall’euro di un Paese membro o l’incapacità nel gestire la grande ondata migratoria. Euro e immigrazione sono oggi i due argomenti vitali per l’esistenza stessa dell’UE e, anche se non vanno di pari passo, sono le due principali sfide da vincere affinché l’Europa sia tale anche per le prossime generazioni.

 Nonostante i molti interessi contrapposti e le divisioni di ciascuno Stato, comunque, a giudicare dall’accordo raggiunto nella tarda notte del 25 giugno sulle quote migranti da distribuire in seno all’Unione, pare che anche i nostri leader ne siano ormai pienamente consapevoli. Almeno questo.

 I vertici politici dell’UE, riuniti a Bruxelles nel Consiglio Europeo, hanno infatti trovato un primo accordo - come da proposta italiana - per trasferire e accogliere in tutta l’Unione le decine di migliaia di immigrati che arrivano ogni giorno principalmente in Italia e in Grecia. Almeno, questa è la speranza, visto che i nuovi dati dell'agenzia dell'ONU per i rifugiati UNHCR mostrano come siano 63.000 i migranti arrivati ​​in Grecia via mare quest'anno e 62.000 in Italia, mentre dal confine serbo-ungherese ne sono passati 10.000. Il che porta la quota ufficiale di migranti a metà 2015 a 153.000 ingressi registrati ai confini dell’UE, con un aumento del 149% rispetto al 2014.

 

Un accordo “modesto”
Il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha dichiarato che i 40.000 migranti giunti in Europa a partire dal 15 aprile 2015, saranno trasferiti tra gli Stati membri nel corso dei prossimi due anni. Tuttavia, non ci sono ancora le quote obbligatorie e bisognerà attendere la fine di luglio, quando ciascun Paese sarà chiamato a concordare il numero preciso di migranti che intende accogliere, per sapere se quella di oggi è davvero una notizia positiva o soltanto l’illusione di un accordo serio e duraturo, che ancora non è agli atti.

 Infatti, con un equilibrismo diplomatico tipico dell’euroburocrazia, i Paesi contrari alla proposta italiana hanno ottenuto che nel testo finale non venisse fatto esplicito riferimento al meccanismo “obbligatorio” di redistribuzione, mentre i Paesi favorevoli hanno ottenuto che non comparisse neanche l’aggettivo “volontario”. La palla passa adesso ai ministri dell’Interno di ogni Stato membro che, parola di Tusk, “metteranno a punto lo schema entro la fine del mese di luglio”.

 In ogni caso, nella notte belga si è riproposta la solita querelle tra il Regno Unito di David Cameron, che guidava le nazioni dell'Europa orientale che rifiutano di accettare le quote obbligatorie, e l’Italia di Matteo Renzi, che ha definito il piano “modesto”. E modesto in effetti lo è.

 

Perché non convince l’Agenda Europea per la Migrazione
Va dato atto al governo italiano di essersi speso e di continuare a lavorare alacremente per una soluzione umana e dignitosa che non faccia fare una figura meschina all’intera Unione Europea - come possiamo non riuscire ad accogliere concordemente 153mila migranti quando il Libano ne ospita da solo quasi due milioni? - e che non faccia dire ai cittadini insoddisfatti dell’Unione “se questa è la vostra Europa, tenetevela”, come ha detto lo stesso Mattero Renzi ai colleghi di Bruxelles.

 Eppure, nonostante il lavorio italiano di cui dovremmo anche un po’ andar fieri, se non altro per la pazienza dimostrata tanto dai cittadini di Lampedusa quanto dai frequentatori della stazione di Milano, il rischio del “rinvio continuo” è dietro l’angolo. La proposta Renzi-Mogherini non sarà l’ottimo paretiano, ma non si pensi che la burocrazia dell’Unione Europea favorisca tempi e soluzioni meno complicate di quelle che solitamente vanno in scena nei palazzi del potere italiano.

 Che dovremmo pensare, ad esempio, dell’Agenda Europea per la Migrazione che rimanda “alla fine del 2015” o al periodo tra il 2015 e il 2016” l’applicazione di talune norme e le nuove decisioni sulla crisi mediterranea e sulla Libia? Servono forse ulteriori equilibrismi, affinamenti di comma o limatura di sfumature di significato?

 I “Quattro pilastri” stabiliti dalla Commissione Europea al fine di delineare le misure definitive che serviranno ad arginare la crisi nel Mediterraneo, sono, insomma, ancora poco più che impalcature. È triste osservare come il grande progetto federativo europeo del nuovo millennio stia affondando nel Mediterraneo, arenandosi proprio su quelle coste della Libia che, ironia della sorte, probabilmente preferirebbe a sua volta dividersi in almeno tre diversi Stati.

  Se l’Unione Europea fosse fatta di meno agende dettate dalla contingenza. Di meno arzigogoli burocratici che impediscono la chiarezza. Se avesse una guida politica e militare riconosciute. Se offrisse una cultura dell’accoglienza ragionata e motivata. Se ricordasse che il mito di Europa, la principessa da cui prende nome, rappresenta un incontro di culture, lo spostamento di civiltà da Oriente a Occidente che fa di Europa stessa una migrante.

 Se l’UE fosse consapevole di tutto questo, ci sentiremmo più sicuri del nostro senso di appartenenza e più volentieri e con la logica accoglieremmo chi ne ha bisogno. Ma tutto questo non accadrà certo grazie a un’Agenda o a un continuo rimandare. Serve qualcosa di più. Condivisione d’interessi e solidarietà, per esempio. E due parole in più sulla Libia.

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