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Ucraina, se falliscono i negoziati c’è solo la guerra

Mercoledì a Minsk bisogna trovare un’exit strategy per la guerra civile, o il conflitto aperto sarà l’unica soluzione. I mediatori UE al centro della partita

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Luciano Tirinnanzi

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Se falliscono i negoziati in Ucraina c’è solo la guerra, ancora più dura. Non sono le opinioni della stampa o le analisi di un esperto militare, ma le esatte parole del presidente francese Francois Hollande, di ritorno da Mosca.

Accompagnato dalla Cancelliera Merkel, incaricata de facto dall’Unione Europea a negoziare un accordo con il Cremlino per raffreddare la polveriera ucraina (e la Mogherini?), il numero uno di Francia ha avuto modo di esternare tutta la sua preoccupazione, dopo l’incontro a tre con il presidente russo Vladimir Putin, che ha gelato gli interlocutori europei.

Ai media è stato consegnato il calendario che fissa per mercoledì 11 febbraio a Minsk, in Bielorussia, il prossimo incontro sul futuro della guerra civile. Ma Putin ha già fatto sapere che ci sarà “solo a determinate condizioni”.

Che pressappoco sono: la definizione della nuova linea del fronte dopo l’avanzata a ovest dei ribelli, il riposizionamento delle armi pesanti, il mantenimento della tregua e lo status politico delle aree oggi sotto il controllo dei ribelli. Serve dunque stabilire tempistiche, termini e numeri certi (si parla di una zona demilitarizzata di 50 o 70 km), che difficilmente arriveranno già questa settimana.

 
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A rischio il vertice di Minsk

Se il buongiorno si vede dal mattino, la capitale bielorussa non è una scelta benaugurante, visto che proprio qui a settembre 2014 fu negoziato un cessate-il-fuoco che nel giro di tre mesi non è più stato rispettato e ha gradualmente perso di senso, in favore delle armi. 

A Minsk, Alexander Lukashenko, presidente bielorusso amico di Putin, giocherà nuovamente la parte del conciliatore che vuole ritagliare per sé e per il proprio Paese un maggior peso internazionale, stretto com’è tra l’allargamento a est dell’UE e la sua natura di Paese-satellite russo nel cuore dell’Europa orientale, a un soffio da Kiev.

L’atteggiamento del presidente ucraino Petro Poroshenko, invece, somiglia involontariamente a quello di Slobodan Milosevic ai tempi della guerra nei Balcani, quando Slovenia e Croazia dichiararono la propria indipendenza dalla repubblica federale di Jugoslavia. La risposta di Milosevic la conosciamo tutti.

Correva l’anno 1992 e in Europa esisteva uno Stato chiamato Federazione Jugoslava, presidente Milosevic. Proprio com’è successo alla Crimea, la Slovenia decise la secessione, seguita a breve distanza di tempo dalla Croazia (ambedue incoraggiate e sostenute da Germania e Vaticano). 

Inizia così la tragedia jugoslava, una guerra civile sanguinosa destinata a durare per tutti gli Anni Novanta, con focolai di tensione che ancora oggi covano sotto la cenere. In quegli anni, tuttavia, nessuno disse: “i confini della Jugoslavia non si toccano”, come oggi afferma il presidente Obama. Anzi, quando Milosevic bombardò le città croate di Vukovar e Dubrovnik, per l’Occidente egli divenne il bandito da abbattere. 

Oggi, Petro Poroshenko bombarda le città di Donetsk e Lugansk, ma gli Stati Uniti lo sostengono apertamente. Milosevic no, Poroshenko sì. Lungi dal voler accostare le loro biografie o tacere sui crimini di guerra del serbo, certo è però che gli Stati Uniti usano per la guerra civile in Ucraina una doppia morale.


La posizione degli USA

L’America, intanto, promette di fare quello che sa fare meglio, fornire armi a mezzo mondo. Non solo alla Giordania che si appresta a schiacciare lo Stato Islamico ma proprio al governo di Kiev che, senza un aiuto consistente, non riuscirà ad avere la meglio sui ribelli filorussi, i quali possono contare sul favore e l’appoggio di Mosca. 

La fornitura di armi annunciata in coro da Casa Bianca e Congresso, ovvero il potere esecutivo e legislativo di Washington, ha trovato per il momento la netta opposizione di Angela Merkel e Federica Mogherini (Alto Rappresentante UE) che, a nome di tutta l’Europa, frenano sull’ipotesi americana, consapevoli che questa sarebbe la proverbiale goccia che potrebbe far traboccare il vaso e riversare ancora fiumi di sangue in Europa. Proprio come fu per la Jugoslavia.

John Kerry, Segretario di Stato USA, ha usato toni piuttosto concilianti sulla convergenza d’idee tra il Vecchio e il Nuovo Continente: “Lasciatemi rassicurare chiunque che non c’è divisione né spaccatura, anche se ho sentito che qualcuno tenta di crearne”. Ciò nonostante, alla domanda se Washington fornirà armi a Kiev, ha poi preconizzato “secondo me, sì”.

Oggi, Frau Merkel vola nella capitale americana per un colloquio diretto con Barack Obama proprio su questo tema. All’ordine del giorno ci sono anche Stato Islamico, Ebola e altro ancora, ma c’è da credere che questi argomenti neanche verranno sfiorati dai due e saranno piuttosto demandati ai rispettivi diplomatici al seguito.

Troppo importante l’incontro di mercoledì 11 febbraio. Decisivo per un’Europa intorpidita dalla crisi economica che non si è resa conto fino al ritorno di Merkel e Hollande da Mosca, di quanto ci si fosse spinti in avanti con la crisi in Ucraina. Definitivo, se dovesse passare la linea interventista della NATO, che ha previsto l’installazione di sei centri di comando proprio al confine russo.

La posizione di Mosca

Un accerchiamento simile è del tutto inaccettabile per il Cremlino, che non permetterà mai all’Alleanza Atlantica di circondarlo senza una risposta adeguata. Ne va del futuro della Federazione Russa e della sua economia, già messa a dura prova dal recente tracollo del rublo e del prezzo del petrolio.

La forzatura di Washington è evidente e l’Amministrazione Obama sembra sempre più determinata a isolare Mosca dal resto d’Europa e del mondo. Mettere in ginocchio il gigante eurasiatico significherebbe avere mani libere nei rapporti commerciali futuri in Europa e nell’Artico - dove sta partendo la nuova corsa per accaparrarsi le risorse energetiche intrappolate tra i ghiacci - ma anche in Medio Oriente e in Asia, dove il potere di Vladimir Putin si va lentamente espandendo.

Dunque, mercoledì lo showdown. C’è chi dice che l’ultima parola è affidata alla diplomazia dell’Europa, la sola voce in grado di opporsi a Washington. Determinante la scelta se allinearsi alle volontà americane o respingere il loro gioco d’azzardo. C’è chi sostiene, invece, che Vladimir Putin sia stato messo abilmente all’angolo da Barack Obama e che la decisione e l’eventuale colpa finale, ricadranno su di lui. Il Cremlino non vuole la guerra, questo è certo. Ma siamo altrettanto certi che neanche Washington la voglia? 

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