Esteri

Ucraina: Perché Obama la pensa (quasi) come Merkel

Anche se concede qualche parola per i falchi repubblicani alla McCain, il presidente Usa non crede all'opzione dell'invio delle armi e punta sulla dissuasione economica di Putin

Luigi Gavazzi

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Evitare la catastrofe
Ora le aspettative sono tutte per il vertice di domani a Minsk fra Putin, Poroshenko, Merkel e Hollande. Anche se è assai improbabile che uscirà qualcosa di decisivo, l'Europa auspica una sorta di congelamento del conflitto, prima che l'Ucraina - corrotta e inefficiente - imploda. E per evitare il rischio di escalation con il coinvolgimento diretto della Russia e l'intervento della Nato.

Un cessate il fuoco
Sul tavolo c'è il piano di mediazione proposto da Merkel e Hollande nel fine settimana a Putin. Che sostanzialmente prevede il cessate il fuoco fra l'esercito di Kiev e i ribelli filorussi.

 

Nessuno ragionevolmente pensa che subito si possa raggiungere un vero accordo di pace. Sarebbe troppo complicato: dovrebbe far digerire ai paesi europei più spaventati dall'aggressività russa - Svezia, Danimarca, i tre baltici, la Polonia - che in cambio dell'integrità territoriale dell'Ucraina (Crimea a parte, ormai considerata russa da quasi tutti) Kiev rinunci a entrare nella Nato e accetti di far parte dello spazio economico eurasiatico dominato dalla Russia.
Le regioni del sud est dell'Ucraina resterebbero forse formalmente sotto Kiev ma con una forte "autonomia", influenzata e "protetta" da Mosca. O addirittura potrebbero finire annesse.

Putin: risentimento, nazionalismo ma anche paura dell'accerchiamento
Dunque una pace che in questo quadro sarebbe venduta dalla propaganda di Putin come una sua grande vittoria.
Perché è chiaro che la politica di Putin sia un mix di risentimento e volontà di rivincita nazionalista, dopo il crollo dell'Urss nel 1991, sulla quale ancora versa lacrime; ma in questo mix c'è anche un certo timore di accerchiamento da parte degli Stati Uniti e della Nato.

È difficile pensare che il vertice di Minsk possa fallire facendo scivolare il conflitto ucraino - tutto sommato a bassa intensità - verso una guerra più estesa, con rischi addirittura di esportazione.

Obama è cauto, non vuole mandare le armi
Questa estensione non la vuole nessuno. Tanto meno il presidente degli Stati Uniti Obama. Basta leggere quel che ha dichiarato ieri dopo l'incontro con Merkel: Obama sa benissimo che mandare armi toste agli ucraini avrebbe come effetto solo aumentare la tensione con Putin e non renderebbe l'esercito di Kiev davvero in grado di resistere nel sud-est del paese.

La lascia e la cita come opzione soprattutto perché ha nel congresso a maggioranza repubblicana gente come il senatore McCain che tuona e agita i pugni come se fossimo ancora negli anni '80.

Far pagare a Putin il prezzo economico dell'aggressività
Obama in realtà punta sulle sanzioni economiche, sul far pagare a Putin il prezzo economico della sua aggressività.
Certo, rimangono i punti di vista diversi fra Angela Merkel - che ha la Russia come ingombrante vicino con tutta la storia di questi ultimi 100 anni - e Obama - per il quale l'Ucraina è solo uno dei problemi di politica estera.

Ma c'è da star certi che Merkel e Obama - i due attori occidentali che contano in questa partita - non sono poi così distanti come qualcuno nel nostro paese si azzarda a dire (stamattina c'è chi, in sostanza, dice che Obama ci vuole far fare la guerra a Putin).

Come scrive Ugo Tramballi oggi sul Sole 24 Ore, "Pur mostrando realismo pacifista, ieri a Washington Angela Merkel ha ricordato che «Se rinuciamo al principio dell'inviolabilità delle frontiere e all'integrità territoriale, non saremo in grado di mantenere l'ordine pacifico dell'Europa che abbiamo costruito»".

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