Tutti i perché dei nazionalismi sovranisti, oggi, in Europa
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Tutti i perché dei nazionalismi sovranisti, oggi, in Europa

Un’alleanza trentennale europea al vaglio dei rispettivi egoismi nazionali. Si chiudono le frontiere, ma l’Africa resta una bomba demografica

L’ambizione è tanta, quella di una federazione dei sovranisti che Millenaria (come il Reich) non sarà, ma trentennale sì. Per chi pensa che il Ventennio sia stato breve, ecco servito un trentennio 3.0 su ricetta semplice e popolare: sovranismo, democrazia illiberale, frontiere chiuse, primato nazionale su base etnica e potere dei clic da tastiera contro i parlamenti tecnocratici.

Ma siamo sicuri che osservato da vicino il nazionalismo di Salvini e Di Maio (o dovremmo dire di Beppe Grillo) a Roma, sia uguale sputato a quello di Orban a Budapest, di Kurz a Vienna, di Seehofer a Berlino? E perché mai dimenticarsi di Marine Le Pen a Parigi? La risposta è no.

Il progetto trentennale di una Lega delle leghe è meno scontato di quanto appaia perché alla prova dei fatti i nazionalismi dimostrano spesso i loro limiti intrinseci.

Egoismi a catena

Prima di tutto perché la contraddizione, come si dice in questi casi, è nei termini stessi. Se il primato deve essere nazionale, non si capisce come le prerogative italiane non possano ledere un giorno quelle ungheresi o quelle di Vienna non creare, prima o poi, disappunto a Praga.

I migranti, lo dimostra la vicenda della celebre Rotta Balcanica, sono il cerino in mano che alla fine a qualcuno deve pur rimanere. La politica di Orban, finisce per nuocere a Seehofer in una logica di egoismi a catena che lasciano il problema intatto e il diritto internazionale violentato.

I limiti del vento nazionalista sono evidenti, in queste ore, in Germania. Qui il ministro dell’Interno, diversamente da quanto si crede, non sta combattendo Angela Merkel ma il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD). Infatti, quando i maggiorenti della CSU, il partito gemello della CDU, hanno capito che il braccio di ferro con la Cancelleria avrebbe portato ad una crisi identitaria del movimento dei cristiano democratici bavaresi, hanno di fatto stoppato l’aggressivo ministro.

La vocazione e i valori cristiani della Baviera non possono essere messi in discussione da motivi di contingenza politica per contenere un’emorragia di voti alla propria destra. E’ su questa retromarcia tutta interna alla CSU che Merkel è quindi riuscita a concludere un accordo e salvare il governo, e forse l’Europa di Schengen.

Qui emerge nettamente la portata geografica del conflitto in corso in Germania. Senza gli ex Länder tedeschi, dove AfD ha le sue roccaforti, il vento sovranista in Germania avrebbe poca strada da percorrere.

Lo stop all’intolleranza che arriva dalla Baviera è quindi un segnale sinistro per il disegno salviniano di una Lega delle leghe. Una cosa sono i consensi e i sondaggi, un’altra scardinare i principi costituzionali di uno Stato o tradizionali culture di tolleranza.

Se il gioco, per esempio, è stato possibile a Orban, massimo esponente della democrazia illiberale, non è mai riuscito a Marine Le Pen, sempre fermata dal baluardo repubblicano francese, prima retto da gollisti e socialisti e poi dalla novità Macron.

L'importanza del successo autarchico

Il sovranismo spicciolo da tastiera o da tweet, insomma, deve prima di tutto affermarsi in patria per poi trovare alleanze all’esterno, dove tuttavia le condizioni politiche sono mutevoli e le élite cambiano di segno spiazzando spesso analisti e politologi.

L’ascesa di Sanchez in Spagna replica l’affermazione di Macron a Parigi e di Tsipras ad Atene, e dimostra come da una crisi di sistema non si debba per forza uscire da destra.

Il cavallo di troia dell’immigrazione clandestina (ma, domanda, erano tutti clandestini da rispedire a casa gli ungheresi, i cechi, gli slovacchi i polacchi e financo i tedeschi dell’est che scappavano dalla Cortina di Ferro?) sfruttato dal sovranismo urticante di Salvini e Orban funziona per mettere in crisi le democrazie liberali ma non è la soluzione ai problemi di domani.

Figuriamoci per quelli di qui a trent’anni, quando l’Africa avrà raddoppiato la sua popolazione odierna e conterà 2 miliardi e mezzo d’individui. Auguri e porti chiusi.

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Alessandro Turci

Alessandro Turci (Sanremo 1970) è documentarista freelance e senior analyst presso Aspenia dove si occupa di politica estera

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