Tutte le menzogne egiziane sul caso Regeni

Il ricercatore non è stato sequestrato vicino a casa come sostenuto dal Cairo, ma probabilmente in piazza Tahir durante una retata antioppositori

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Una foto tratta dall'archivio dei "sindaci dei ragazzi" di Fiumicello, di Giulio Regeni, lo studente di 28 anni scomparso il 25 gennaio al Cairo, Roma, 31 gennaio 2016. – Credits: ANSA/WEB

L'inchiesta sul caso Regeni, il giovane ricercatore italiano rapito il 25 gennaio e trovato cadavere in un fosso lungo l'autostrada che Alessandria e Il Cairo il 3 febbraio, potrebbe essere a un punto di svolta.

Se fino a venerdì scorso i nostri investigatori ipotizzavano che il giovane potesse essere davvero stato sequestrato nei cento passi che dividevano la sua abitazione e la fermata della metropolitana di Dokki come aveva sostenuto subito la polizia egiziana, ora si sta facendo largo la convinzione in Italia che il giovane sia stato rapito proprio a piazza Tahir la sera del 25 gennaio, nel quinto anniversario della Rivoluzione, dove gli apparati di sicurezza egiziana  fecero un rastrellamento che portò all'arresto di 19 egiziani e due stranieri, secondo una nota della polizia.

In quella piazza, quel giorno, a coordinare gli apparati egiziani c'era il generale Khaled Shalaby, il comandante della polizia criminale del commissariato di Giza che era già stato condannato in un tribunale egiziano per aver torturato a morte un oppositore senza per questo aver mai passato un solo giorno in prigione. Sarebbe lui che gli investigatori e il governo egiziano stanno cercando di proteggere.

Caso Regeni: ora è l'Egitto ad accusare l'Italia


A rendere sempre più fragile la ricostruzione avvalorata dagli investigatori egiziani presso il pool di Giuseppe Pignatone non c'è soltanto, secondo Repubblica, l'atteggiamento obiettivamente provocatorio mantenuto finora dall'Egitto e dalla sua squadra di investigatori inviati martedì scorso a Roma con in mano un dossier scarno e lacunoso, come ha amesso lo stesso Pignatone, quasi a voler depistare le indagini per allontanare i sospetti italiani sui veri colpevoli dell'omicidio.

Non c'è soltanto il fatto che, soltanto martedì scorso, cioé un mese dopo il ritrovamento del corpo e contrariamente a quanto sostenuto fino ad allora,  gli investigatori egiziani hanno dovuto ammettere che Regeni era tenuto sotto stretta sorveglianza per la sua attività di ricerca che lo aveva portato a contattare gli attivisti e i dirigenti dei sindacati indipendenti egiziani. Ci sono una serie di circostanze fattuali che avvalorano l'ipotesi che si sia trattato di un omicidio di Stato, dove sono coinvolti uomini chiave del generale Al Sisi. Vediamole.


GIULIO ERA IN METRO
È certo che alle 19.59 del 25 gennaio il cellulare di Giulio aggancia la rete dati del metrò. Questo particolare  significa di fatto che Giulio era all'interno della stazione della metro e che non è stato rapito, come sostenuto dall'Egitto, tra la sua abitazione e la fermata della metropolitana di Dokki. Ma questo particolare significa anche che, se Giulio non è stato sequestrato tra la folla o su uno dei vagoni del metrò, è probablmente giunto alla fermata di piazza Tahrir, dove, in un bar, aveva appuntamento con il suo amico Gennaro, e dove c'erano centinaia di agenti coordinati dal generale Khaled Shalaby.

L'ipotesi del depistaggio è avvalorata anche da un altro particolare inquietante: è possibile che tutte e venticinque le telecamere di sorveglianza situate nella stazione della metro di Dokki, quel giorno, fossero fuori uso salvo una le cui registrazioni non sono state messe finora a disposizione dei nostri inquirenti, come sostenuto dagli investigatori egiziani? Ed è possibile che anche tutte le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della metropolitana di Piazza Tahir (la piazza simbolo del Cairo) non siano ancora state messe a disposizione dei nostri investigatori? A che gioco stanno giocando con noi gli uomini inviati dal Cairo, più interessati secondo i quotidiani - quando si sono recati a Roma - a visitare la Città eterna che a dipanare i dubbi e le legittime domande degli uomini di Pignatone?

CHI ERA LO STRANIERO ARRESTATO?
Gli apparati di sicurezza egiziana hanno sostenuto  che la sera del 25 gennaio, nell'ambito dei rastrellamenti effettuati a Piazza Tahrir, erano stati arrestati 19 egiziani e due stranieri. Chi erano? Il primo, secondo la polizia egiziana coordinata da Shalaby, era un cittadino turco. Il secondo un cittadino americano, la cui identità è però sempre rimasta misteriosa, senza per questo suscitare proteste da parte di Washington. Chi era quell'uomo arrestato? Era Giulio? A dipanare qualche ombra su un caso dove apare sempre più evidente la responsabilità di un pezzo importante degli apparati di sicurezza egiziani ci ha pensato il giornalista Mannal Hammad del quotidiano egiziano Il Veto, in un articolo tradotto da Repubblica e pubblicato all'indomani della retata del 25 gennaio, quando ancora non era stata resa nota la scomparsa di Regeni. 


Il generale Khaled Shalaby ha affermato che sono in corso accertamenti su un individuo di nazionalità straniera arrestato all'interno di un caffè. Lo straniero si trova nella questura di Giza, nella zona di Al Bahr Al Azam. Shalaby ha dichiarato a "Veto" che gli agenti della questura lo hanno arrestato in seguito ad una segnalazione di un cittadino a proposito di un individuo che parla coi giovani e con i cittadini in una lingua araba approssimativa, impiegando anche termini stranieri. È stato accertato che è straniero e cerca di mobilitare e indurre a scendere in piazza in occasione della ricorrenza della rivoluzione del 25 gennaio, fatto che ha portato a un alterco verbale tra lui e un cittadino a seguito del quale è stato denunciato alla polizia e arrestato. Nel confronto con gli uomini del Dipartimento investigativo, il giovane straniero ha negato di avere incitato i giovani ad opporsi allo Stato, ha sostenuto che i suoi spostamenti nelle zone popolari d'Egitto gli servono per imparare il dialetto egiziano. È stato redatto un verbale dell'accaduto ed inviata una comunicazione alla Procura



Scrive ancora Repubblica: «Incrociata con quanto lo stesso Shalaby dirà ufficialmente il pomeriggio del 3 febbraio (giorno del ritrovamento del cadavere di Giulio) consente di fissare tre circostanze. Sulla scena dei rastrellamenti del 25 si muove l'uomo che prima accrediterà "l'incidente stradale", quindi fornirà il particolare dei "pantaloni abbassati" con cui Giulio è stato ritrovato e quindi riferirà di "aver visto il corpo" così distrattamente da non notare i segni di tortura, ma abbastanza da escludere che la morte sia dovuta a coltellate».

Ci sono poi altri elementi che rendono sempre più evidente il depistaggio egiziano. Non ultima, la testimonianza resa al Corsera da Rasha, ricercata, presunto membro della presunta gang di criminali uccisi in un conflitto a fuoco al Cairo con le forze di sicurezza. ll ritrovamento degli effetti personali di Regeni nell'abitazione di un membro della gang da parte della polizia potrebbe essere stata anche in questo caso una messinscena. Un modo per darci in pasto dei colpevoli purchessia, dopo (naturalmente) avergli chiuso la bocca.  Khaled Shalaby, è il sospetto dei nostri investigatori, gode evidentemente di protezioni troppo amplie. E il depistaggio servirebbe solo a proteggerlo. 


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